Abbattete quel muro

Che Roger Waters avesse una certa vocazioni per le arti figurative lo si sapeva già dai tempi in cui era un giovane iscritto della facoltà di Architettura di Cambridge. Fu lì che nella metà degli anni 60 conobbe Syd Barrett e David Gilmour, i quali segnarono la sua carriera artistica e con cui condivise l’epopea musicale dei Pink Floyd negli anni 70. Epopea che vide con The Wall, nel 1979, il culmine dell’opera di Roger Waters.

The Wall non è solo un album musicale simbolo del rock, ma è qualcosa di molto più ambizioso: un processo pubblico all’idealismo del decennio precedente che segnava l’era in cui la generazione dei nati nel dopoguerra poteva riconoscersi, una ricerca di libertà e di identità che col tempo aveva fallito, lasciandosi dietro rimpianti, rimorsi, e paranoie e tanta violenza. Una metafora straordinariamente efficace per spiegare la trasformazione del musica rock in una macchina subdola, che assegna al musicista il ruolo di tiranno rispetto ai suoi fan. Fu così che Roger Waters capì che c’era bisogno di ergere un muro invalicabile tra sé, la rockstar tiranna,  e il suo pubblico, a simboleggiare l’incomunicabilità umana. Ma The Wall è soprattutto il tentativo di Roger Waters di fare i conti con il proprio passato e i propri tormenti.

Oggi, a più di 30 anni di distanza, Roger Waters è di nuovo in giro per il mondo a portare in scena il suo muro largo 70 metri ed alto più di 10. Lo show è lo stesso del tour con i Pink Floyd, ma il suo significato, oggi, è più ampio e profondo che mai. La rabbia e l’aggressività di quegli anni è ora mutata in riflessione ed indignazione.
Conoscere il passato per capire il presente. Una passato che durante lo show viene continuamente evocato e raffrontato ai giorni odierne: dalle foto dei caduti della seconda guerra mondiale (in cui cadde anche il padre di Waters) a quelle dei caduti in Iraq e in Afghanistan, dalle bombe sganciate dagli aerei in Goodbye Blue Sky che ora si sono trasformate nei simboli delle compagnie petrolifere e dei grandi dell’economia capitalistica occidentale. Fino ad arrivare all’esecuzione di Mother, durante la quale le immagini dello stesso Waters durante un concerto degli anni 80 vengono proiettate in perfetta sincronia, il passato e il presente, e durante il quale una enorme videocamera viene puntata sul pubblico, per ricordare a tutti che una grande mamma ci osserva e ci fa sentire oppressi.

Nelle canzoni di The Wall Roger Waters ha scaricato tutto ciò che lo rendeva un uomo aggressivo e insicuro: il dolore per la perdita del padre, l’odio per le rigide scuole inglesi che sopprimevano qualsiasi forma di creatività, l’ossessiva presenza della madre, la frustrazione per l’infedeltà della moglie sfogata nelle sue tristi scappatelle con le groupie. Temi che vengono descritti in termini teatrali in modo mordace e critico, attraverso la figura della rockstar Pink. Giganteschi pupazzi vengono fatti muovere sul palco, sovrastando il muro a cui man mano vengono aggiunti mattoni, fino a completarlo, lasciando il pubblico da un lato, e la rockstar dall’altra.

È a quel punto che l’uomo debole, dapprima costretto dietro il muro, finisce con l’adeguarsi a quello stato, e il muro da simbolo di oppressione diviene il suo unico rifugio. Egli  può solamente accettare ciò che gli viene imposto, battere le mani al potente di turno e divertirsi, correre come un pazzo dietro di lui, seguire i vermi e omologarsi.

Ma arriverà il momento in cui tutti i nodi verranno al pettine. Si arriva così a The Trial, il punto più alto della teatralità dell’intera opera. Pink viene processato. Vengono chiamati a testimoniare tutti le figure complici di quel paranoico percorso esistenziale. La colpa è paradossale: Pink ha provato dei sentimenti, e pertanto la condanna sarà esemplare. Il muro viene abbattuto e Pink sarà messo a nudo di fronte a i suoi simili, di fronte cioè a quella società da cui tenta di proteggersi da sempre.

The Wall è tutto questo: un’opera di più di trent’anni, ma ancora straordinariamente attuale. E alla fine, nonostante tutto il cinismo e il nichilismo in cui siamo piombati, un pò di speranza rimane. La speranza di una parte della società, i cuori teneri e gli artisti, che nonostante tutto l’odio, l’ostilità e l’indifferenza che ricevono, continuano a sognare una società migliore cercando di esserne il cuore pulsante.

Hanno immaginato il futuro

Hanno venduto centinaia di milioni di dischi, influenzato generazioni di musicisti, eppure possono camminare per la strada quasi indisturbatamente. Sono i Pink Floyd: musicisti senza volto. La loro musica invece la riconosci subito. Lucidi, profetici, i Pink Floyd hanno immaginato il futuro. Senza volto sì, ma con un’anima. Anzi tre: quella visionaria di Syd Barrett, quella cruda di Roger Waters e quella sognatrice di David Gilmour. Originari di Cambridge, i Pink Floyd sono il prodotto di quell’enorme laboratorio culturale che era la Swinging London della fine degli anni ‘60. Si affermarono le “Art School”, rifugio di studenti che si opponevano allo status quo dell’allora sistema scolastico.
Uno di questi era Syd Barrett, un concentrato di follia e visione creativa, un mix di genio artistico e velleità ribelle. Come molti suoi coetanei, abusava di LSD senza curarsi delle conseguenze. I suoi amici, Roger Waters, Nick Mason e Richard Wright preferivano invece la birra agli allucinogeni. I quattro si tuffarono nell’atmosfera frizzante della Londra Underground facendosi chiamare “Pink Floyd”, nome coniato dallo stesso Barrett. Il blues era la base di improvvisazioni musicali che arrivavano a durare anche 20 minuti. I testi invece sembravano filastrocche puerili, invece parlavano di esploratori spaziali, visioni futuristiche. L’effetto veniva sapientemente completato da un bizzarro show di luci, caratteristica che rimase scolpita nel marchio Pink Floyd.
Ma non durò. Syd si mise fuori gioco abusando di allucinogeni. Saliva sul palco e non ricordava la musica da suonare, i testi da cantare. Inoltre, mise in luce il disagio dovuto allo status di celebrità e di influenzatore della gente, anticipando di vent’anni i temi di The Wall, e di trenta il rifiuto dello star system di Kurt Cobain. Alla fine Roger Waters si rese conto che in quel modo non si sarebbe potuto andare avanti, fece entrare nel gruppo il suo amico d’infanzia David Gilmour per affiancare alla chitarra Syd, e nell’arco di un anno ne prese definitivamente il posto.
«Non ce la faranno mai senza Syd», pensò l’allora manager Jenner. Fu un grosso errore: gli anni ‘70 segnarono la consacrazione del gruppo, facendo entrare il gruppo nell’olimpo delle più grandi rockband della storia. L’album che segnò tale svolta arriva nel 1973, “The Dark Side Of The Moon”: un album perfetto musicalmente, completo sul piano delle tematiche affrontate, dalla vita alla morte, dal successo ai rapporti difficili con se stessi e con gli altri. Fu un album epocale. 30 milioni di copie vendute e 15 anni consecutivi in classifica sono numeri che non descrivono a pieno la grandezza di questo album. La mente del gruppo era Roger Waters. Metteva in discussione i valori della società britannica e attaccava le grandi case discografiche, ree di uccidere il talento dei musicisti pur di far soldi. Temi che vennero fuori dapprima in “Wish You Were Here”, dedicato a Syd Barrett, poi in “Animals”, per sfociare poi nella paranoia e nell’inquietitudine di “The Wall”, in cui il muro di incertezze e frustrazioni è dovuto al dolore di Waters di aver perso suo padre in guerra e di sentirsi alienato nello status di rockstar di successo. Aveva dunque sovrapposto la sua condizione con quella dell’amico Barrett dieci anni prima. Così, convinto che i Pink Floyd fossero destinati a diventare  una parodia di se stessi, uscì dal gruppo.
Fu l’inizio di una lunga battaglia legale tra Roger Waters e David Gilmour, deciso a dare un seguito e una nuova impronta alla storia del gruppo. Alla fine la spuntò Gilmour, che con Wright e Mason detenne quindi il marchio Pink Floyd. Fu l’inizio di una nuova era per il gruppo, in cui la dimensione sognatrice data dal mite Gilmour prese il posto della vena mordace e paranoica di quel Waters che, nonostante fosse stato la mente del gruppo fino a quel momento, non aveva imparato la lezione che lui stesso aveva dato all’amico Syd, quando nel 1975 si era presentato negli studi dove i Pink Floyd stavano registrando “Wish You Were Here”, a lui stesso dedicato. Gli disse che non c’erano parti da suonare per lui.
I Pink Floyd orfani di Waters ottenerro un incredibile successo con una tour mondiale che soddisfece tutti i fan più accaniti della band. Roger Waters dal canto suo iniziò la carriera da solista che, almeno agli inizi, lo portò a collezionare qualche flop.
Negli ultimi tempi però l’astio tra Gilmour e Waters si è notevolmente affievolito, come dimostra l’abbraccio dopo la ReUnion avvenuta nel Live8 del 2005, quando la formazione storica dei Pink Floyd, Waters-Gilmour-Wright-Mason, si ritrovò di nuovo sul palco dopo vent’anni. Ma fu l’ultima volta: la morte di Wright avvenuta il 15 settembre 2008 cancellò qualsiasi speranza che tale ReUnion potesse aver luogo davvero.
Ora i Pink Floyd non sono più cinque musicisti che hanno immaginato il futuro. Quel nome rievoca una musica eterna ed eterea, che ha descritto il mondo, la vita, la morte, la gente e le loro sfumature come pochi hanno saputo fare.
Un mito della storia del rock che è diventato più grande dei suoi creatori.

One of my turns

Nothing is very much fun any more
And I can feel one of my turns coming on
I feel cold as a razor blade
Tight as a tourniquet
Dry as a funeral drum
Run to the bedroom
In the suitcase on the left
You’ll find my favorite axe
Don’t look so frightened
This is just a passing phase
One of my bad days
Would you like to watch T.V.?
Or get between the sheets?
Or contemplate the silent freeway?
Would you like something to eat?
Would you like to learn to fly?
Would’ya?
Would you like to see me try?
Would you like to call the cops?
Do you think it’s time I stopped?

Niente è più veramente divertente oramai
Ed io sento che una delle mie crisi sta arrivando
Mi sento gelido come la lama di un rasoio
Stretto come un laccio emostatico
Secco come un tamburo funebre
Corri in camera da letto
Nella valigia a sinistra
potrai trovare la mia ascia preferita
Non spaventarti
è solo una fase passeggera
Uno dei miei giorni storti
Vuoi vedere la TV?
O scivolare tra le lenzuola?
O contemplare l’autostrada silenziosa?
Vuoi mangiare qualcosa?
Vuoi imparare a volare?
Vuoi?
Vuoi che provi io?
Vuoi chiamare gli sbirri?
Pensi che sia ora che la smetta?

Mother, should I build a wall? / 1st post

Mother, do you think they’ll drop the bomb? 
Mother, do you think they’ll like this song? 
Mother, do you think they’ll try to break my balls?
Mother, should I build a wall?  
Mother, should I run for president?  
Mother, should I trust the government? 
Mother, will they put me in the firing line?
Is it just a waste of time

Hush now baby, baby, don’t you cry.
Mamma’s gonna make all of your nightmares come true,
Mamma’s gonna put all of her fears into you,
Mamma’s gonna keep you right here, under her wing.
She won’t let you fly, but she might let you sing,
Mamma’s gonna keep baby cosy and warm.

Oooh babe, Oooh babe, Oooh babe,
Of course Mamma’s gonna help build the wall.

Mother, do you think she’s good enough, for me?
Mother, do you think she’s dangerous, to me?
Mother, will she tear your little boy apart? 
Mother, will she break my heart?

Hush now baby, baby, don’t you cry.
Mamma’s going to check out all your girlfriends for you,
Mamma won’t let anyone dirty get through,
Mamma’s gonna wait up until you get in.
Mamma will always find out where you’ve been,
Mamma’s gonna keep baby healthy and clean.

Oooh babe, Oooh babe, Oooh babe,
You’ll always be baby to me.

Mother, did it need to be so high?