The Endless Richard

È uscito oggi “The Endless River”, l’ultimo disco dei Pink Floyd a distanza di vent’anni da “The Division Bell” datato 1994 e da cui prende il titolo (uno degli ultimi versi della splendida High Hopes). Secondo quanto dichiarato da David Gilmour in un’intervista, quest’album mette anche la parola fine sul marchio Pink Floyd.

Copertina e struttura dell’album

Partiamo dalla copertina. Dopo la scomparsa del genio creativo di Storm Thorgerson che aveva curato quasi tutte le cover dei Pink Floyd, non era facile “lasciare il segno”. La copertina, curata dal 18enne designer egiziano Ahmed Emad Eldin raffigura un uomo in piedi su una barca che rema su una distesa di nuvole (nella back-cover vi è la stessa distesa di nuvole con la stessa barca, stavolta vuota), rende perfettamente l’idea di ciò che abbiamo tra le mani (e in cuffia). Sì perchè “The Endless River” è un album interamente strumentale, una distesa senza fine di nuvole sonore, ad eccezione dell’ultimo pezzo “Louder Than Words”. Ma andiamo con ordine: l’album si sviluppa in quattro sides aventi una logica ben precisa e che rendono l’intero disco una grandissima esperienza musicale che non si fa fatica a definire onirica e a tratti lisergica, come del resto sono tutti gli album dei Pink Floyd e in particolar modo quelli dell’era post Roger Waters affidati alle menti creative e sognatrici di Gilmour e Wright. E proprio sul materiale registrato da quest’ultimo a partire dagli anni successivi a The Division Bell che poggia l’intera struttura musicale di The Endless River, impreziosita dalla chitarra precisa e visionaria di David Gilmour e alle percussioni metronometriche di Nick Mason.

The Endless River (Cover)

Side 1

La prima parte dell’album è interamente scritta da Gilmour e Wright e descrive alla perfezione la loro unione artistica. Si apre con Things Left Unsaid, un titolo che mette in chiaro la necessità del ritorno per chiarire (musicalmente) ciò che ancora non è stato detto, che fa da prologo al primo grandissimo pezzo dell’album che è It’s What We Do dove l’orecchio attento del fan potrà apprezzare l’inconfondibile lavoro di Richard Wright alle tastiere e al sintetizzatore che fa tanto Shine On You Crazy Diamond (Pt. 6-9) e la chitarra pulita di David Gilmour che ricorda molto Marooned. Si chiude con Ebb and Flow (titolo ripreso da un verso di On An Island di Gilmour), un breve pezzo in cui il dialogo musicale tra David e Rick ci accompagna alla parte successiva quasi cullandoci.

Side 2

Già dall’inizio di Sum, che riprende gli effetti sonori di Cluster One, viene fuori la natura del rock progressivo tipico dei Pink Floyd caratterizzato dal sintetizzatore VCS3 e dalle corde di Gilmour. Questa è la parte più avanguardistica dell’intero album, si mischiano i Pink Floyd dell’era immediatamente successiva a Syd Barrett con quelli dell’era post Waters. Ne è la prova Skins, dove le percussioni di Nick Mason, che riprendono il ritmo di A Saucerful Of Secrets, si mischiano agli effetti sonori creati dalle tastiere di Wright. Il breve intermezzo Unsung prepara l’atmosfera alla successiva Anisina, un brano di una bellezza struggente, dove gli arraggiamenti del sax e del clarinetto di Gilad Atzmon vengono magistralmente esaltati dalla Fender di Gilmour.

Side 3

La parte più corposa del disco si apre con tre brani di uguale durata. Il primo, The Lost Art Of Conversation, è caratterizzato dal suono nostalgico delle tastiere di Wright, seguito dai suoni molto ambient del sintetizzatore di On Noodle Street e dall’EBow di Gilmour in Night Light. Arriviamo quindi alla graffiante Allons-Y, divisa in due parti, dove la Stratocaster di Gilmour si fa tagliente rievocando quasi il ritmo di Run Like Hell. Le due parti racchiudono Autumn’68 (chiaro il riferimento alla splendida Summer ’68) in cui emerge il suono meraviglioso dell’organo a canne della Royal Albert Hall su cui posa le dita Wright. Questa parte si chiude con Talking Hawkin’, che riprende la voce meccanica dello scienziato Stephen Hawking, già presente in Keep Talking, ed è impreziosita dai cori di Durga McBroom.

Side 4

La quarta ed ultima parte del disco si apre con Calling, un brano che sembra uscito da un film fantascienza (uno a caso, di Kubrick), prosegue con le corde della chitarra di Gilmour in Eyes To Pearl, che ci accompagnano al gran finale con la bellissima Surfacing dove il suono pulito e precissimo della sua Fender si unisce ancora una volta ai cori. Arriviamo quindi all’ultimo pezzo, Louder Than Words, una ballata dove possiamo finalmente ascoltare la voce matura di Gilmour cantare i versi scritti da sua moglie Polly Samson, come già avvenuto in Coming Back To Life. Il brano, e quindi l’album, si chiude con un assolo di chitarra da brividi che ci ricorda il motivo per cui allo zio David è stata intolata una edizione della mitica Stratocaster.

Conclusioni

Giunti alla fine dei quasi 55 minuti di ascolto, si ha la sensazione che The Endless River non sia solo un album, ma un’esperienza musicale di altissimo livello in cui viene esaltato lo stile degli ultimi Pink Floyd. Gilmour conferma di aver raggiunto una maturità artistica tale da poter permettersi qualsiasi cosa e riesce  a rendere omaggio in maniera fantastica al compianto Richard Wright, di cui da adesso si avvertirà ancora di più la mancanza.

Hanno immaginato il futuro

Hanno venduto centinaia di milioni di dischi, influenzato generazioni di musicisti, eppure possono camminare per la strada quasi indisturbatamente. Sono i Pink Floyd: musicisti senza volto. La loro musica invece la riconosci subito. Lucidi, profetici, i Pink Floyd hanno immaginato il futuro. Senza volto sì, ma con un’anima. Anzi tre: quella visionaria di Syd Barrett, quella cruda di Roger Waters e quella sognatrice di David Gilmour. Originari di Cambridge, i Pink Floyd sono il prodotto di quell’enorme laboratorio culturale che era la Swinging London della fine degli anni ‘60. Si affermarono le “Art School”, rifugio di studenti che si opponevano allo status quo dell’allora sistema scolastico.
Uno di questi era Syd Barrett, un concentrato di follia e visione creativa, un mix di genio artistico e velleità ribelle. Come molti suoi coetanei, abusava di LSD senza curarsi delle conseguenze. I suoi amici, Roger Waters, Nick Mason e Richard Wright preferivano invece la birra agli allucinogeni. I quattro si tuffarono nell’atmosfera frizzante della Londra Underground facendosi chiamare “Pink Floyd”, nome coniato dallo stesso Barrett. Il blues era la base di improvvisazioni musicali che arrivavano a durare anche 20 minuti. I testi invece sembravano filastrocche puerili, invece parlavano di esploratori spaziali, visioni futuristiche. L’effetto veniva sapientemente completato da un bizzarro show di luci, caratteristica che rimase scolpita nel marchio Pink Floyd.
Ma non durò. Syd si mise fuori gioco abusando di allucinogeni. Saliva sul palco e non ricordava la musica da suonare, i testi da cantare. Inoltre, mise in luce il disagio dovuto allo status di celebrità e di influenzatore della gente, anticipando di vent’anni i temi di The Wall, e di trenta il rifiuto dello star system di Kurt Cobain. Alla fine Roger Waters si rese conto che in quel modo non si sarebbe potuto andare avanti, fece entrare nel gruppo il suo amico d’infanzia David Gilmour per affiancare alla chitarra Syd, e nell’arco di un anno ne prese definitivamente il posto.
«Non ce la faranno mai senza Syd», pensò l’allora manager Jenner. Fu un grosso errore: gli anni ‘70 segnarono la consacrazione del gruppo, facendo entrare il gruppo nell’olimpo delle più grandi rockband della storia. L’album che segnò tale svolta arriva nel 1973, “The Dark Side Of The Moon”: un album perfetto musicalmente, completo sul piano delle tematiche affrontate, dalla vita alla morte, dal successo ai rapporti difficili con se stessi e con gli altri. Fu un album epocale. 30 milioni di copie vendute e 15 anni consecutivi in classifica sono numeri che non descrivono a pieno la grandezza di questo album. La mente del gruppo era Roger Waters. Metteva in discussione i valori della società britannica e attaccava le grandi case discografiche, ree di uccidere il talento dei musicisti pur di far soldi. Temi che vennero fuori dapprima in “Wish You Were Here”, dedicato a Syd Barrett, poi in “Animals”, per sfociare poi nella paranoia e nell’inquietitudine di “The Wall”, in cui il muro di incertezze e frustrazioni è dovuto al dolore di Waters di aver perso suo padre in guerra e di sentirsi alienato nello status di rockstar di successo. Aveva dunque sovrapposto la sua condizione con quella dell’amico Barrett dieci anni prima. Così, convinto che i Pink Floyd fossero destinati a diventare  una parodia di se stessi, uscì dal gruppo.
Fu l’inizio di una lunga battaglia legale tra Roger Waters e David Gilmour, deciso a dare un seguito e una nuova impronta alla storia del gruppo. Alla fine la spuntò Gilmour, che con Wright e Mason detenne quindi il marchio Pink Floyd. Fu l’inizio di una nuova era per il gruppo, in cui la dimensione sognatrice data dal mite Gilmour prese il posto della vena mordace e paranoica di quel Waters che, nonostante fosse stato la mente del gruppo fino a quel momento, non aveva imparato la lezione che lui stesso aveva dato all’amico Syd, quando nel 1975 si era presentato negli studi dove i Pink Floyd stavano registrando “Wish You Were Here”, a lui stesso dedicato. Gli disse che non c’erano parti da suonare per lui.
I Pink Floyd orfani di Waters ottenerro un incredibile successo con una tour mondiale che soddisfece tutti i fan più accaniti della band. Roger Waters dal canto suo iniziò la carriera da solista che, almeno agli inizi, lo portò a collezionare qualche flop.
Negli ultimi tempi però l’astio tra Gilmour e Waters si è notevolmente affievolito, come dimostra l’abbraccio dopo la ReUnion avvenuta nel Live8 del 2005, quando la formazione storica dei Pink Floyd, Waters-Gilmour-Wright-Mason, si ritrovò di nuovo sul palco dopo vent’anni. Ma fu l’ultima volta: la morte di Wright avvenuta il 15 settembre 2008 cancellò qualsiasi speranza che tale ReUnion potesse aver luogo davvero.
Ora i Pink Floyd non sono più cinque musicisti che hanno immaginato il futuro. Quel nome rievoca una musica eterna ed eterea, che ha descritto il mondo, la vita, la morte, la gente e le loro sfumature come pochi hanno saputo fare.
Un mito della storia del rock che è diventato più grande dei suoi creatori.