Pericolo rassegnazione

Ora come ora penso che il pericolo più grande sia la rassegnazione.

È ormai chiaro che in questo paese si è creata una spaccatura insanabile, tra noi (popolo) e loro (classe dirigente). Us and Them, cantavano i Pink Floyd, and after all we’re only ordinary men. Credo bisogni ripartire da lì, dal nostro essere persone ordinarie, che hanno coscienza delle cose, che vivono la realtà e che cercano di realizzare il mondo in cui vorrebbero vivere. In sintesi, tornare alla democrazia, e non sarà facile.

Noi andiamo a votare in massa ad un referendum contro il nucleare e contro la privatizzazione dell’acqua?
Loro dicono che “ripresenteranno le leggi pari pari”.
Noi raccogliamo firme per un parlamento senza condannati in via definitiva?
Loro se ne infischiano.
Noi scegliamo di abolire i finanziamenti ai partiti?
Loro intascano 1 miliardo di Euro di “rimborsi elettorali”.
Noi scegliamo sempre più numerosi il web come mezzo di informazione?
Loro presentano decreti legge farciti di commi per limitare la libertà di Internet (DDL 1415B – p.24, comma 29.a).
Noi chiediamo a gran voce che la legge valga davvero per tutti?
Loro depenalizzano i reati di cui sono accusati,  mettono i bastoni tra le ruote alla giustizia.
Noi protestiamo pacificamente contro un’opera inutile e pericolosa come la TAV? Loro ci mandano un esercito di poliziotti antisommossa.
Noi che facciamo parte del mondo dei vivi ci rendiamo conto che la situazione sta precipitando?
Loro che fanno parte del mondo dei morti ci rassicurano, ci dicono che va tutto bene, che siamo degli allarmisti.

Bisogna tenere gli occhi aperti, la guardia alta, tenere allenato il proprio spirito critico, pensare con la propria testa. La spaccatura tra noi e loro non sarà mai colmata, e sinceramente non ci teniamo affatto a farlo, dal momento che non l’abbiamo creata noi. Ma credo che la storia non farà sconti a questa gente. L’importante sarà non rassegnarsi.

L’Italia ha vinto

Non avevo mai votato con così tanta convinzione. Ho appoggiato la matita sulla scheda, ho tracciato una X e a stento ho trattenuto la mia voglia di urlare “Siiii!”.

Stavolta ci siamo messi in gioco personalmente, siamo scesi in strada, tra la gente. Ognuno di noi ci ha messo la faccia e l’impegno. Abbiamo spiegato a tutti che votare a questo referendum non significava affermare la propria ideologia di destra o di sinistra, ma che per una volta avremmo davvero potuto indicare la strada da percorrere per costruire l’Italia che avremmo voluto vivere, di riprenderci la nostra dignità di cittadini.

Nel nostro piccolo abbiamo fatto tanto, come tanti altri. Come già scrivevo in qualche post precedente, mi dichiaro convinto della necessità di cambiare le cose dal basso, ognuno facendo la propria piccolissima parte. E con questo referendum quelli che la pensano come me ne hanno dato la prova.
L’informazione ha vinto sulla disinformazione, la libertà ha vinto sul servilismo di potere, il Web ha battuto la TV.

29 milioni di persone hanno dimostrato di essere migliori dell’intera classe politica che ci rappresenta.

Una ventata di democrazia che in un colpo solo ha spazzato via i nuclearisti di quarta generazione, gli speculatori bipartisan e i rifugiati in Parlamento.

Ora sarà bello vedere le reazioni, ci saranno i partiti che diranno di aver vinto e quelli che negheranno di aver perso. La verità è che abbiamo vinto NOI.

Festeggiare? Preferisco “partecipare”.

Mi spiace, ma a festeggiare proprio non riesco. Festeggiare cosa? Una nazione non è solo un gruppo di regioni, ma un popolo che si riconosce in valori ed ideali simboleggiati da una bandiera. E questo tipo d’unione nel popolo italiano proprio non lo vedo.

Cosa devo festeggiare? Un Parlamento formato per il 10% da gente che nell’Italia non si riconosce? Una classe dirigente che pensa più alla cosa pubica che a quella pubblica? Un popolo di individualisti in stato comatoso che qualsiasi quantità di merda gli venga lanciata addosso va a dormire con l’anima in pace? Gente che se la ride al telefono dopo il terremoto a L’Aquila e continua a volere il nucleare? Un popolo che sente un briciolo di appartenenza alla patria solo quando gioca la nazionale di calcio? Un Paese dove in tempo di crisi le prime voci da depennare dalla lista della spesa sono la cultura e la ricerca? L’Italia in cui si promettono 1,2 miliardi di € per costruire l’unica vera infrastruttura utile per far correre il paese, la Rete, e poi se ne stanziano meno di 70 milioni? L’Italia de “Il Giornale” e di “Libero”?

Questo è ciò che dovrei festeggiare? Mi dispiace, io proprio non ci riesco.

Il Paese che vorrei è un altro. La regola di base per la nuova Italia che ho in mente è terribilmente banale:
il migliore arriva primo.

Ne sono convinto: le cose si possono cambiare davvero. Dalle piccole cose, dai piccoli gesti. Innanzitutto bisogna smetterla di nascondersi dietro l’illusione di una vita semplice ed onesta, fatta di piccole cose quotidiane, lavandosi la coscienza “tanto non ci tocca” o “tanto è sempre stato così”. Smetterla di sentirsi non felici ma a posto con la proprio onestà, perché si è “troppo piccoli” rispetto all’ordine delle cose. Smetterla di pensare per sentito dire. Basta farsi convincere da quelli che un’Italia migliore non riescono a vederla che queste siano idee utopistiche ed irrealizzabili. Basta col pensare che se si ha molto da dire si ha poco da fare:
c’è prima bisogno di sapere cosa dire per sapere come fare!

Bisogna unirsi, partecipare, costruirsi la libertà, cercare di diffondere la verità, di capirla, di viverla. Perché sono convinto che in qualsiasi cosa si faccia, se si trova la verità si trova la libertà.
E libertà, come disse un profetico signor G nel 1972, “non è uno spazio libero, ma è partecipazione”.

Buon 17 marzo a tutti.