Mother should I build a wall?

Ricercando l’ultimo brandello di lenzuola non ancora smosso dalla mia inquietudine nel girarmi e rigirarmi in continuazione, mi rendo conto che aver spento la luce autoconvincendomi di riuscire a dormire è inutile. Quel maledetto orologio scandisce i secondi in maniera sempre più rumorosa. Ogni secondo è uno schiaffo all’anima. Riaccendo la luce, leggo qualche pagina di Pessoa. Niente, il sonno non arriva, i secondi continuano ad essere scanditi con violenza. Ho ormai tutto, mi sono costruito una gabbia stupenda, un muro stupendo. E non ho più nulla.
Peggio ancora: non ho nessuno a cui poterne parlare, mi terrò tutto dentro. Non verserò mezza lacrima. Ad un tratto il cellulare si illumina. Un tempo sarebbe stato un sms inviato con una telepatia simile a quella dei gemelli. Ora è solo l’avviso di una batteria ormai prossima all’esaurimento.
Rimane poco da fare, ho capito che il sonno ormai non arriverà più. Indosso le cuffie, cerco The Wall e lo ascolto fino a Comfortably Numb. Non riesco ad ascoltare da The Show Must Go On in poi…

È mattina ormai, quell’odioso incedere dei secondi non si è fermato. Probabilmente è stata la notte più triste che abbia mai trascorso. Ma è passata.


  lunedì 15 febbraio 2010     

«Tre film al giorno e tre libri alla settimana basteranno a fare la mia felicità fino alla mia morte»

François Truffaut


  mercoledì 10 febbraio 2010     

Tu lo sai che non è la fine, sì che lo sai…
Che viene maggio e sciolgo le brine, sì che lo sai…
Resti d’inverno, persi nel vento, io non mi stanco no, no
E vengo a cercarti in un sogno amaranto

Questo cuore sparpagliato per il mondo se ne va
Questo cuore disperato è delicato

Dove sei, arcobaleno? E cosa fai?
Miele selvaggio, quando ti sogno, che cosa fai?
Nel cuore mio, tra il nulla e l’addio

Così mi manchi, nell’universo, in mezzo al mondo  
Così ti cerco e grido forte da in mezzo al mondo
Solo io posso trovarti, e inginocchiarmi per innalzarti!
Da quante lune ti aggiusto il cuore?

Io sono un’ombra e tu, e tu sei il Sole

Così mi manchi e grido forte da in mezzo al mondo
Mio sole, rispondi!

Questo cuore sparpagliato è delicato e tutto qua.

 

 


  martedì 12 gennaio 2010     

Io ho una tecnica. Quando partecipo ad una riunione, entro, mi metto seduto, tiro fuori la pistola e la metto sul tavolo. È una tecnica: mi serve per andare d’accordo con l’umanità. È una cosa che faccio per me. E infatti ho anche delle piccole regole. La prima è che quando entro devo subito estrarre la pistola e appoggiarla sul tavolo, non vorrei tirarla fuori a metà del discorso e qualcuno potrebbe pensare che la tiro fuori solo per la piega che ha preso il discorso. La seconda regola è non guardare mai la pistola, non vorrei che qualcuno pensi “ecco, sta ammiccando alla pistola”, come per dire “siete tutti sotto tiro”. Non voglio che la pistola sia al centro della discussione. Infatti la terza regola è non parlare mai della pistola: sarebbe ridondante. E poi sarebbe come dire che il mio discorso regge solo perché sono armato. Ma questo non vuol dire che non pensi alla pistola, anzi, io penso costantemente alla pistola. Anzi, precisamente, io penso alla leggerezza del grilletto, al cane che si inarca, che raggiunge il punto morto, momento di massima estensione e distanza dal pezzo, al tamburo, che ruota basculando in senso antiorario e mostra le camere per i proiettili, il cane che ritorna sul pezzo, colpisce l’innesco e… Bang! Questo è il mio pensiero. Certo, qualcuno potrebbe pensare che la mia forza sta solamente nel fatto che mostro la pistola. E infatti, a scanso di equivoci, ho cominciato a partecipare alle riunioni senza mostrare la pistola. La tengo in tasca. Le regole sono leggermente variate, perché ovviamente non estraggo la pistola, ma per il resto è rimasto tutto sostanzialmente invariato, perché penso costantemente alla pistola. Dunque giro sempre armato. E quando giri sempre armato si verifica una piccola magia: ovvero tutte le persone che ti circondano diventano sagome, bersagli a cui sparare. Ma questo non significa che io sia violento, io non sparo a nessuno, sia chiaro. Ma ho l’alternativa, la possibilità di farlo. Questo mi fa stare in pace con il resto dell’umanità.

(monologo di Ascanio Celestini “La Tattica”)


  giovedì 7 gennaio 2010     

È finito il tempo delle figure di merda. Morto. Nessuno più le fa, tranne i penitenti. Guardala, la massa. Si ricopre di letame, ci sguazza come fanno i maiali nel porcile. Eppure eccoli lì, trattati con rispetto ed ammirazione. Hanno ottenuto il titolo di “Persona Molto Importante” da menti offuscate dal loro letame, che ambiscono a entrare nel loro porcile. Sono diventati “opinionisti”, perché la massa ha bisogno della loro di opinione, troppo impegnata per farsene una propria. Quelle che prima erano figure di merda, ora sono solo lampi di splendore mediatico che danno lustro al personaggio. Le figure di merda hanno smesso di esistere con la decadenza dell’estetica e dell’etica.


  domenica 20 dicembre 2009     

Mi scusi Presidente, non è per colpa mia, ma questa nostra Patria non so che cosa sia.
Può darsi che mi sbagli, che sia una bella idea ma temo che diventi una brutta poesia.
Mi scusi Presidente, non sento un gran bisogno dell’inno nazionale di cui un po’ mi vergogno.
In quanto ai calciatori, non voglio giudicare: i nostri non lo sanno o hanno più pudore.

Mi scusi Presidente, se arrivo all’impudenza di dire che non sento alcuna appartenenza.
E tranne Garibaldi e altri eroi gloriosi non vedo alcun motivo per essere orgogliosi.
Mi scusi Presidente, ma ho in mente il fanatismo delle camicie nere al tempo del fascismo
da cui un bel giorno nacque questa democrazia che a farle i complimenti ci vuole fantasia.
Questo bel Paese pieno di poesia ha tante pretese, ma nel nostro mondo occidentale è la periferia.

Mi scusi Presidente, ma questo nostro Stato che voi rappresentate mi sembra un po’ sfasciato.
E’ anche troppo chiaro agli occhi della gente che è tutto calcolato e non funziona niente.
Sarà che gli italiani, per lunga tradizione, son troppo appassionati di ogni discussione.
Persino in parlamento c’è un’aria incandescente: si scannano su tutto e poi non cambia niente.

Mi scusi Presidente, dovete convenire che i limiti che abbiamo ce li dobbiamo dire.
Ma a parte il disfattismo, noi siamo quel che siamo e abbiamo anche un passato che non dimentichiamo.
Mi scusi Presidente, ma forse noi italiani per gli altri siamo solo spaghetti e mandolini.
Allora qui m’incazzo, son fiero e me ne vanto. Gli sbatto sulla faccia cos’è il Rinascimento.
Questo bel Paese forse è poco saggio, ha le idee confuse.
Ma se fossi nato in altri luoghi poteva andarmi peggio.

Mi scusi Presidente, ormai ne ho dette tante c’è un’altra osservazione che credo sia importante.
Rispetto agli stranieri noi ci crediamo meno ma forse abbiam capito che il mondo è un teatrino.
Mi scusi Presidente, lo so che non gioite se il grido "Italia, Italia" c’è solo alle partite.
Ma un po’ per non morire o forse un po’ per celia abbiam fatto l’Europa facciamo anche l’Italia.

Io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono.


  giovedì 17 dicembre 2009     

La maggior parte dei gabbiani non si danno la pena di apprendere, del volo, altro che le nozioni elementari: gli basta arrivare dalla costa a dov’è  il cibo e poi tornare a casa. Per la maggior parte dei gabbiani, volare non conta, conta mangiare. A quel gabbiano lì, invece, non importava tanto procurarsi il cibo, quanto volare. Più d’ogni altra cosa al mondo, a Jonathan Livingston piaceva librarsi nel cielo.

Quando lo sapranno – pensava –, quando sapranno delle Nuove Prospettive da me aperte, impazziranno di gioia. D’ora in poi vivere qui sarà più vario ed interessante. Altro che far la spola tutto il giorno, altro che la monotonia del tran-tran quotidiano sulla scia dei battelli da pesca! Noi avremo una nuova ragione di vita. Ci solleveremo dalle tenebre dell’ignoranza, ci accorgeremo d’essere creature di grande intelligenza ed abilità. Saremo liberi. Impareremo a volare!

« Il gabbiano Jonathan Livingston viene messo alla gogna e svergognato al cospetto di tutti i suoi simili! Per la sua temeraria e irresponsabile condotta, per esser egli venuto meno alla tradizionale dignità della grande Famiglia de’ Gabbiani.»
«Non abbiamo più nulla in comune, noi e te», intonarono in coro i gabbiani.

Lui parlava di cose molto semplici. Diceva che è giusto che un gabbiano voli, essendo nato per la libertà, e che è suo dovere lasciar perdere e scavalcare tutto ciò che intralcia, che si oppone alla sua libertà, vuoi superstizioni, vuoi antiche abitudini, vuoi qualsiasi altra forma di schiavitù.
Sorge una voce dalla moltitudine: «Scavalcare anche la Legge dello Stormo?».
«L’unica vera legge è quella che conduce alla libertà» disse Jonathan. «Altra legge non c’è.»

«Innanzi tutto, vi dovete render conto che un gabbiano è fatto a immagine del Grande Gabbiano, è un’infinita idea di libertà, senza limite alcuno, e il vostro corpo, da una punta dell’ala a quell’altra, altro non è che un grumo di pensiero.»

Il gabbiano Fletcher, ad un tratto, per un attimo, sorrise. Quello che vide era molto bello. Nessun limite, eh, Jonathan? pensò, e sorrideva. Era come l’inizio di una gara: aveva cominciato ad imparare.


  lunedì 23 novembre 2009     

1.   Non penso come mi dicono di pensare.  
2.   Non voto.
3.   Non fumo. 
4.   Non scatto fotografie con l’unico scopo di pubblicarle su Facebook.
5.   Non guardo il Grande Fratello.   
6.   Non vado in discoteca. 
7.   Non ascolto Gigi D’Alessio.  
8.   Non indosso abiti da 200€. Più che figo, mi sentirei un coglione.
9.   Non mi comporto bene solo la domenica mattina.
10. Non mi riconosco nella gente. Dunque evito.


  sabato 14 novembre 2009     

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