Mother should I build a wall?

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«Partirei da una delle parole più semplici e più corte del vocabolario: la parola "no". Abbiamo perso l’ arte di dire "no". No alla brutalità della politica, no alla follia delle ingiustizie economiche che ci circondano, no all’ invasione della burocrazia nella nostra vita quotidiana. No all’idea che si possano accettare come normali le guerre, la fame, la schiavitù infantile. C’è un bisogno enorme di tornare a pronunciare quella parola. E invece ne siamo incapaci. Sono sgomento di fronte all’ acquiescenza di tante persone per bene, trasformate in campioni di fatalismo. Che dichiarano apertamente il loro scetticismo in ordine all’inutilità della protesta, quasi che protestare fosse diventato imbarazzante. Ma le personalità più grandi del nostro tempo, i Nelson Mandela, i Vaclav Havel, non hanno mai provato questo tipo di imbarazzo. Purtroppo la famiglia e la scuola, per non parlare dell’ intero sistema mediatico, inoculano sistematicamente tale virus. Ci predispongono al più totale conformismo. Per questo è fondamentale riabituarsi alla resistenza contro i falsi idoli del nostro tempo. A partire da quello principale: il denaro. Anzi, il fascismo del denaro».

George Steiner


  sabato 16 aprile 2011
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Che Roger Waters avesse una certa vocazioni per le arti figurative lo si sapeva già dai tempi in cui era un giovane iscritto della facoltà di Architettura di Cambridge. Fu lì che nella metà degli anni 60 conobbe Syd Barrett e David Gilmour, i quali segnarono la sua carriera artistica e con cui condivise l’epopea musicale dei Pink Floyd negli anni 70. Epopea che vide con The Wall, nel 1979, il culmine dell’opera di Roger Waters.

The Wall non è solo un album musicale simbolo del rock, ma è qualcosa di molto più ambizioso: un processo pubblico all’idealismo del decennio precedente che segnava l’era in cui la generazione dei nati nel dopoguerra poteva riconoscersi, una ricerca di libertà e di identità che col tempo aveva fallito, lasciandosi dietro rimpianti, rimorsi, e paranoie e tanta violenza. Una metafora straordinariamente efficace per spiegare la trasformazione del musica rock in una macchina subdola, che assegna al musicista il ruolo di tiranno rispetto ai suoi fan. Fu così che Roger Waters capì che c’era bisogno di ergere un muro invalicabile tra sé, la rockstar tiranna,  e il suo pubblico, a simboleggiare l’incomunicabilità umana. Ma The Wall è soprattutto il tentativo di Roger Waters di fare i conti con il proprio passato e i propri tormenti.

Oggi, a più di 30 anni di distanza, Roger Waters è di nuovo in giro per il mondo a portare in scena il suo muro largo 70 metri ed alto più di 10. Lo show è lo stesso del tour con i Pink Floyd, ma il suo significato, oggi, è più ampio e profondo che mai. La rabbia e l’aggressività di quegli anni è ora mutata in riflessione ed indignazione.
Conoscere il passato per capire il presente. Una passato che durante lo show viene continuamente evocato e raffrontato ai giorni odierne: dalle foto dei caduti della seconda guerra mondiale (in cui cadde anche il padre di Waters) a quelle dei caduti in Iraq e in Afghanistan, dalle bombe sganciate dagli aerei in Goodbye Blue Sky che ora si sono trasformate nei simboli delle compagnie petrolifere e dei grandi dell’economia capitalistica occidentale. Fino ad arrivare all’esecuzione di Mother, durante la quale le immagini dello stesso Waters durante un concerto degli anni 80 vengono proiettate in perfetta sincronia, il passato e il presente, e durante il quale una enorme videocamera viene puntata sul pubblico, per ricordare a tutti che una grande mamma ci osserva e ci fa sentire oppressi.

Nelle canzoni di The Wall Roger Waters ha scaricato tutto ciò che lo rendeva un uomo aggressivo e insicuro: il dolore per la perdita del padre, l’odio per le rigide scuole inglesi che sopprimevano qualsiasi forma di creatività, l’ossessiva presenza della madre, la frustrazione per l’infedeltà della moglie sfogata nelle sue tristi scappatelle con le groupie. Temi che vengono descritti in termini teatrali in modo mordace e critico, attraverso la figura della rockstar Pink. Giganteschi pupazzi vengono fatti muovere sul palco, sovrastando il muro a cui man mano vengono aggiunti mattoni, fino a completarlo, lasciando il pubblico da un lato, e la rockstar dall’altra.

È a quel punto che l’uomo debole, dapprima costretto dietro il muro, finisce con l’adeguarsi a quello stato, e il muro da simbolo di oppressione diviene il suo unico rifugio. Egli  può solamente accettare ciò che gli viene imposto, battere le mani al potente di turno e divertirsi, correre come un pazzo dietro di lui, seguire i vermi e omologarsi.

Ma arriverà il momento in cui tutti i nodi verranno al pettine. Si arriva così a The Trial, il punto più alto della teatralità dell’intera opera. Pink viene processato. Vengono chiamati a testimoniare tutti le figure complici di quel paranoico percorso esistenziale. La colpa è paradossale: Pink ha provato dei sentimenti, e pertanto la condanna sarà esemplare. Il muro viene abbattuto e Pink sarà messo a nudo di fronte a i suoi simili, di fronte cioè a quella società da cui tenta di proteggersi da sempre.

The Wall è tutto questo: un’opera di più di trent’anni, ma ancora straordinariamente attuale. E alla fine, nonostante tutto il cinismo e il nichilismo in cui siamo piombati, un pò di speranza rimane. La speranza di una parte della società, i cuori teneri e gli artisti, che nonostante tutto l’odio, l’ostilità e l’indifferenza che ricevono, continuano a sognare una società migliore cercando di esserne il cuore pulsante.


  domenica 10 aprile 2011
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Mi spiace, ma a festeggiare proprio non riesco. Festeggiare cosa? Una nazione non è solo un gruppo di regioni, ma un popolo che si riconosce in valori ed ideali simboleggiati da una bandiera. E questo tipo d’unione nel popolo italiano proprio non lo vedo.

Cosa devo festeggiare? Un Parlamento formato per il 10% da gente che nell’Italia non si riconosce? Una classe dirigente che pensa più alla cosa pubica che a quella pubblica? Un popolo di individualisti in stato comatoso che qualsiasi quantità di merda gli venga lanciata addosso va a dormire con l’anima in pace? Gente che se la ride al telefono dopo il terremoto a L’Aquila e continua a volere il nucleare? Un popolo che sente un briciolo di appartenenza alla patria solo quando gioca la nazionale di calcio? Un Paese dove in tempo di crisi le prime voci da depennare dalla lista della spesa sono la cultura e la ricerca? L’Italia in cui si promettono 1,2 miliardi di € per costruire l’unica vera infrastruttura utile per far correre il paese, la Rete, e poi se ne stanziano meno di 70 milioni? L’Italia de “Il Giornale” e di “Libero”?

Questo è ciò che dovrei festeggiare? Mi dispiace, io proprio non ci riesco.

Il Paese che vorrei è un altro. La regola di base per la nuova Italia che ho in mente è terribilmente banale:
il migliore arriva primo.

Ne sono convinto: le cose si possono cambiare davvero. Dalle piccole cose, dai piccoli gesti. Innanzitutto bisogna smetterla di nascondersi dietro l’illusione di una vita semplice ed onesta, fatta di piccole cose quotidiane, lavandosi la coscienza “tanto non ci tocca” o “tanto è sempre stato così”. Smetterla di sentirsi non felici ma a posto con la proprio onestà, perché si è “troppo piccoli” rispetto all’ordine delle cose. Smetterla di pensare per sentito dire. Basta farsi convincere da quelli che un’Italia migliore non riescono a vederla che queste siano idee utopistiche ed irrealizzabili. Basta col pensare che se si ha molto da dire si ha poco da fare:
c’è prima bisogno di sapere cosa dire per sapere come fare!

Bisogna unirsi, partecipare, costruirsi la libertà, cercare di diffondere la verità, di capirla, di viverla. Perché sono convinto che in qualsiasi cosa si faccia, se si trova la verità si trova la libertà.
E libertà, come disse un profetico signor G nel 1972, “non è uno spazio libero, ma è partecipazione”.

Buon 17 marzo a tutti.


  giovedì 17 marzo 2011
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«È la tua coscienza, la tua intelligenza, la tua capacità di ragionamento sul mondo che ti inducono verso una strada, che ti convincono a dedicare la tua esistenza a qualcosa che non appartiene alla sfera della sopravvivenza, del successo o dell’arricchimento, alla sfera della cosiddetta felicità privata, ma a qualche cosa che dia valore e sostanza all’idea dell’uomo che tu ti fai e che l’umanità si è fatta nei momenti migliori della sua storia.»

Goffredo Fofi


  giovedì 10 marzo 2011
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Nel geniale romanzo “Guida galattica per gli autostoppisti” l’autore Douglas Adams affida a Pensiero Profondo, «il secondo più grande computer dell’Universo del Tempo e dello Spazio», la risposta alla grande domanda sulla vita, l’Universo e tutto quanto. Dopo sette milioni di anni, con infinita calma e solennità,  Pensiero Profondo fornì la risposta: 42.
Fu necessario costruire un nuovo computer in grado di fornire la domanda della risposta fondamentale sulla vita, l’Universo e tutto quanto.

Serve una domanda. Siamo circondati da risposte di cui non conosciamo le domande, e credo sia questo il motivo principale della deriva di questa società malata. Nessuno si fa più le domande, nessuno le fa a chi dovrebbe fornire le risposte, si limita a mettergli davanti un microfono in modo che il bellimbusto di turno posso dare le risposte che vuole dare, ma che nessuno gli aveva chiesto.

È il caso dunque di porre delle domande:

  • Quando questa nazione aprirà gli occhi?
  • È possibile che questo popolo sia davvero così marcio come qualcuno vuole farci credere?
  • Qualcuno può spiegare a quel 46% di italiani che crede di aver votato l’attuale presidente del Consiglio che garantismo e impunità non sono sinonimi?
  • Può un giornale che difende il suo editore essere credibile?
  • Perché se “Il Giornale” (2,5 mln € di finanziamenti pubblici annui) o “Libero” (5 mln €) pubblicano qualcosa su qualcuno che non stia propriamente simpatico al loro editore quella pubblicazione viene definita “inchiesta”, mentre “Il Fatto Quotidiano” (0 €) viene tacciato di essere fazioso qualsiasi cosa pubblichi?
  • Perché ci sono mamme che sperano che le proprie figlie la diano via ad un politico?
  • Come farà Letizia Moratti, moglie di un petroliere, a convincere i milanesi a lasciare l’auto a casa?
  • Perché il PD parla di un ricambio generazionale e ha tra le sue fila gente che siede in Parlamento da 25 anni?
  • Perché se fai l’onesto passi come l’ultimo dei coglioni?

Domande come queste ce ne sarebbero a bizzeffe, ma il problema è che nessuno le fa ai diretti interessati. Sia chiaro, non voglio fare il moralista, soprattutto in ambito sessuale. Penso che ognuno possa scopare con chi gli pare, eterosessuali, omosessuali o transessuali che siano. Però se una persona tira fuori dalla questura una 17enne fermata per furto, fortemente sospettata di essere stata pagata per prostituirsi, mi viene il dubbio che quella voglia di darle la libertà sia dovuta al timore che la ragazza parli piuttosto che ad un nobilissimo gesto di beneficenza. Dunque che i magistrati indaghino, e che un tribunale della repubblica si esprima in merito, assolvendo e condannando. Ma essere garantisti non vuole dire rimanere impuniti.

Ma la cosa più dolorosa è constatare che combattere l’attuale status quo sia visto da molti solo come un mero tentativo di vendere fumo, di proclamare idee impossibili da realizzarsi, che il mondo così com’è non si possa cambiare.

Sarò un inguaribile ottimista, un romantico, un illuso, non lo so. Eppure sono convinto che si possano cambiare. Dai piccoli gesti, come andare a vedere questo o quel film, o spegnere la tv, o acquistare un prodotto anziché un altro, agire in nome di ciò che è meglio per la collettività piuttosto che solo per se stessi, condividere una risorsa. Tutti fanno i furbi, e per chiunque viene naturale chiedersi perché proprio io dovrei cercare di raggiungere il mio obiettivo in maniera onesta. Rifiutare l’idea che la telefonata a quella persona potente possa aprirti strade che in realtà potrebbero essere già aperte, se ci si impegna in ciò che si fa.
E poi ovviamente bisogna farsi delle domande, sempre, e non dare mai nulla per scontato.

Sarò un illuso, un ottimista troppo sognante, un idealista arrabbiato, trovate qualsiasi definizione per me. Ma credo di aver fatto mio il senso di queste parole di Paolo Borsellino:

«La lotta alla mafia non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.»

C’è bisogno che qualcuno ce le ricordi. Sempre.


  domenica 20 febbraio 2011
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  1. Le cose più belle accadono quando meno te l’aspetti.
  2. Per avere libertà di pensiero bisogna concedere a chiunque libertà di giudizio.
  3. Sbagliare non è affatto bello, ma è straordinariamente utile.
  4. Sciacquarsi la bocca col collutorio e mettersi il dopobarba sono due operazione da fare non contemporaneamente.
  5. In Italia esistono due categorie di tifosi: gli interisti e i rosiconi.
  6. Mai fidarsi dei benpensanti della messa della domenica mattina.
  7. Il difficile non è cambiare le cose, ma convincere gli altri che le cose possano realmente cambiare.
  8. Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’apatia.
  9. Evitare di credere nelle cose nelle quali mi dicono di credere.
  10. Amare.

  venerdì 28 gennaio 2011
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Su questa terra è il più furbo che domina, credete pure alla storia dell’anima. Non c’è mai guerra se non c’è pecunia.
E l’uomo forte si nutre del debole che poi sul debole a sua volta si vendica. E in paradiso c’è aria di svendita.
Mettiti comodo: inizia il varietà.

E dare il culo è una formalità, può fare male solo a chi non lo fa.

Abbiamo ucciso i nostri profeti e dipendiamo dai deliri allucinati di chi promette soldi facili.
Non è importante da che parte stai, tanto non lo sai: sei solo un pezzo della macchina.

E così tuo malgrado sei lupo o sei pecora!

Welcome to the world.


  domenica 9 gennaio 2011
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Berlusconi ha vinto: 314 nominati non eletti in Parlamento hanno votato contro la sfiducia, altri 311 nominati non eletti hanno votato a favore.
Ma cos’è diventato ormai il Parlamento italiano? Direi che un circo ha maggiore serietà, un’osteria ha maggiore compostezza, un bordello ha maggiore dignità. Sì, perché c’è una sottile differenza tra una puttana e un “onorevole”: la puttana a una certa ora stacca, smette di vendersi. In Parlamento non è affatto raro assistere ad improvvisi cambi di schieramento, dall’uno e dall’altro indifferentemente.

Da circa 15 anni, la storia si è sempre ripetuta ed è da altrettanti anni che l’Italia è sostanzialmente divisa in due categorie. Ci sono quelli che credono alla favola di Berlusconi come l’uomo che si è fatto da sé, il signore incontrastato del libero mercato, l’unico mezzo per opporsi al comunismo in Italia, il salvatore dei valori della famiglia e della Chiesa, il paladino della libertà, l’orgoglio di questa nazione a livello internazionale. Dall’altra parte ci sono le persone, sia di destra che di sinistra, con un minimo di cervello, un leggero senso critico e una discreta capacità di aprire gli occhi, che pensano che Berlusconi sia solo un pagliaccio, un anziano signore che spara cazzate a raffica, praticamente ogni volta che apre la bocca.

Ma oggi ha vinto lui. Due astenuti e due “onorevoli” acquistati in extremis durante i saldi prenatalizi gli permetteranno di governare ancora questo paese ancora per un po’, almeno fino a quando lo showman di turno non sarà in tournée, o la velina non avrà il corso di yoga in un giorno in cui si vota.

Dunque largo ai festeggiamenti: la democrazia dei nominati non eletti ha vinto. Oggi è tutto un dare pacche sulle spalle, carezze sul collo, respirare quell’atmosfera da ritrovo di vecchi amici di una volta, ascoltare urla da mercanti, vedere gente che butta nel cesso 40 anni di battaglie politiche. Ma non vi fanno un po’ schifo?

Personalmente vedo come unica possibilità di salvarsi la faccia quello di ritirarsi, tutti.
La storia, si sa, non fa sconti. E prima o poi verrà il giorno in cui darà un giudizio a questa classe politica.

È ora di tornare al mondo vero, quello dei vivi.

 


  martedì 14 dicembre 2010
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