La sapete quella di quel Paese…

… dove un Parlamento composto da nominati eletti con una legge elettorale dichiarata incostituzionale vuole modificare la Costituzione?

E la sapete quella dello stesso Paese dove in quello stesso Parlamento c’è una forza politica che ha il triplo di parlamentari di un’altra forza politica pur avendo preso meno voti di quest’ultima solo in virtù di un patto di coalizione venuto meno il giorno dopo le elezioni?

E la sapete quella di quel Paese dove il Presidente del Consiglio è stato eletto con 136 voti?

E la sapete quella di quel Paese dove il Senato si è costituito parte civile in un processo per la compravendita di senatori contro un delinquente che al contempo è anche l’autore della nuova legge elettorale che rischia di essere incostituzionale come la precedente?

E la sapete quella di quel Paese dove si mettono a tacere le opposizioni in Parlamento, in barba a qualsiasi regolamento, per fare un regalo di 7,5 mld € alle banche private?

E la sapete quella di quel Paese dove il suddetto Parlamento “viziato” rielegge un Presidente della Repubblica che, da bravo garante della Costituzione quale è, accetta la rielezione a patto che si modifichi la Costituzione?

E la sapete quella di quel Paese dove il suddetto Monarc.. Presidente della Repubblica scatena un putiferio per far distruggere delle intercettazioni in cui parlava al telefono con un signore indagato nell’ambito di in un processo per una accertata trattativa con la Mafia avvenuta all’epoca in cui questo signore era Ministro dell’Interno?

E la sapete quella… no, dai. Non potete saperla, mi sto inventando tutto. Un Paese così di sicuro non esiste.

Macerie

La solita scena, il solito copione visto e rivisto. Un’emergenza continua, un continuo SMS solidale.
La vita delle persone che cambia in una notte, una maledetta notte in cui la terra trema, la Natura si ribella e mostra la sua forza. Le case che si sbriciolano sotto i colpi di sismi che altrove non scalferebbero nemmeno l’intonaco di un pollaio.

Eccolo il vero spread.
Uno spread culturale che porta certi sindaci ad evitare di denunciare il rischio sismico del territorio che amministrano per paura di un freno allo sviluppo economico per via di regole più severe. Regole che quando ci sono si fa fatica a rispettare e quando si infrangono non portano ad adeguate pene. Il ministro di turno che snocciola le cifre necessarie alla ricostruzione e alla messa in sicurezza del territorio, quelle cifre che in futuro verranno investite in un progetto a lungo termine. Il tutto in un futuro che non arriva mai.

Fino alla prossima emergenza, quando il copione si ripeterà di nuovo. Gli eroi col casco giallo scaveranno ed estrarranno un uomo vivo rimasto incastrato sotto i calcinacci, una donna incinta, un’anziana abbandonata. Tante piccole storie di speranza e di dolore, di solidarietà e di rassegnazione. E nel centro storico distrutto il reporter avanzerà in compagnia del suo cameraman fin dove è possibile arrivare, non oltre i nastri che delimitano le zone a rischio crolli. A documentare il silenzio assordante della città fantasma, l’assenza di vita nella zona divenuta rossa.

Le coscienze di tutti si allineano in una grande coscienza comune, ma dello Stato non restano che le macerie.

Complici

In una democrazia sana la maggioranza vince. Ma, cosa ancora più importante, in un Paese sano è la maggioranza sana che merita di vincere.

L’Italia che vedo non è un paese sano, non perché la maggioranza non sia sana, ma perché una maggioranza sana attualmente non esiste, è tutta da costruire. Costruire, o forse distruggere quella esistente. Niente violenza, sia chiaro. La distruzione dev’essere ideologica, basarsi su presupposti morali, di gente informata e che non dimentica. Perché gli italiani, o meglio la maggioranza degli italiani, ha la memoria corta e la coscienza che tende a rimanere pulita nonostante tutto.

Il risultato? Corruzione alle stelle, incapaci nei ruoli dirigenziali più importanti, piduisti al governo, informazione di regime, giustizia severa con i deboli e clemente con i potenti. Un sistema marcio dalle fondamenta, nel quale il cittadino cosciente (in minoranza) ne è la vittima. Bisogna quindi entrare in nuovo ordine di idee in base al quale chi vota questa gente ne è complice, chi si indigna seduto in poltrona e poi va a dormire sereno è co-responsabile di questa situazione.

Ma tutto verrà dimenticato, quando arriveranno nuove elezioni la memoria corta del popolo prevarrà e in parlamento siederà sempre la solita gente.
E vedremo di nuovo Cicchitto (tessera P2 N°2232), Gabriella Carlucci (Gabriella Carlucci, cazzo!), Gasparri (Gasparri!!!), uno che non sa usare Twitter se non per dimostrare la sua ignoranza ed è stato Ministro (Ministro!) delle Telecomunicazioni. Vedremo ancora Rutelli (dal cui conto spariscono 13 milioni di Euro e lui si giustifica dicendo di essere un politico, non un ragioniere), i leghisti (cazzo, i leghisti che urlavano “Roma Ladrona!”) con Renzo Bossi (che non chiamo “Trota” per non offendere le trote), l’UDC di Casini e Cesa, il PD di Bersani e Rosy Bindi (che si vantano di rappresentare “il nuovo della politica”).
Nel caso però ne fossimo stanchi e non volessimo più trovarceli in Parlamento c’è da stare tranquilli, perché la nuova legge elettorale firmata Alfano-Bersani-Casini (tutti e tre insieme al Bifidus della Marcuzzi fanno un baffo) non ce lo permetterà: soglia di sbarramento altissima, niente preferenza diretta e niente obbligo di indicare la coalizione di governo. Alé! Votate chi vi pare, vinceranno sempre loro! Niente Parlamento a gente pulita, niente Movimento 5 stelle per favore: farebbero aumentare il numero di incensurati e sarebbe una vergogna!

Guai a parlare di antipolitica, però! Come ricorda sempre Giletti (Giletti!) dal suo ridico teatrino pomeridiano della domenica, l’antipolitica porta solo alla violenza. Qualcuno però dovrebbe ricordare a chi come lui ha una simile, assurda ed ignobile idea che essere contrari ai partiti dei corrotti, dei collusi, degli incapaci e dei ladri (come altro si può definire uno che ruba soldi pubblici?) non è antipolitica: è una cosa sacrosanta, una cosa buona e giusta, è sintomo di altezza morale.

In realtà è facile scegliere da che parte stare. Ti informi (da fonti indipendenti e libere) e agisci (nel tuo piccolo) per cambiare le cose? Fai parte dell’Italia migliore (il contrario di quello che pensava Brunetta, per capirci), sei parte di quei tanti, ma ancora pochi, che vogliono che le cose cambino davvero e ci credono fortemente. Sei un ignorante (nel senso buono del termine, o forse no?), ti informi  grazie ad una certa stampa e chiedendoti il perché del marciume che vediamo ti rispondi che è sempre stato così e sarà sempre così? Sei un complice. Il fatto che tu lo sia consapevolmente o inconsapevolmente fa poca differenza.

Festeggiare? Preferisco “partecipare”.

Mi spiace, ma a festeggiare proprio non riesco. Festeggiare cosa? Una nazione non è solo un gruppo di regioni, ma un popolo che si riconosce in valori ed ideali simboleggiati da una bandiera. E questo tipo d’unione nel popolo italiano proprio non lo vedo.

Cosa devo festeggiare? Un Parlamento formato per il 10% da gente che nell’Italia non si riconosce? Una classe dirigente che pensa più alla cosa pubica che a quella pubblica? Un popolo di individualisti in stato comatoso che qualsiasi quantità di merda gli venga lanciata addosso va a dormire con l’anima in pace? Gente che se la ride al telefono dopo il terremoto a L’Aquila e continua a volere il nucleare? Un popolo che sente un briciolo di appartenenza alla patria solo quando gioca la nazionale di calcio? Un Paese dove in tempo di crisi le prime voci da depennare dalla lista della spesa sono la cultura e la ricerca? L’Italia in cui si promettono 1,2 miliardi di € per costruire l’unica vera infrastruttura utile per far correre il paese, la Rete, e poi se ne stanziano meno di 70 milioni? L’Italia de “Il Giornale” e di “Libero”?

Questo è ciò che dovrei festeggiare? Mi dispiace, io proprio non ci riesco.

Il Paese che vorrei è un altro. La regola di base per la nuova Italia che ho in mente è terribilmente banale:
il migliore arriva primo.

Ne sono convinto: le cose si possono cambiare davvero. Dalle piccole cose, dai piccoli gesti. Innanzitutto bisogna smetterla di nascondersi dietro l’illusione di una vita semplice ed onesta, fatta di piccole cose quotidiane, lavandosi la coscienza “tanto non ci tocca” o “tanto è sempre stato così”. Smetterla di sentirsi non felici ma a posto con la proprio onestà, perché si è “troppo piccoli” rispetto all’ordine delle cose. Smetterla di pensare per sentito dire. Basta farsi convincere da quelli che un’Italia migliore non riescono a vederla che queste siano idee utopistiche ed irrealizzabili. Basta col pensare che se si ha molto da dire si ha poco da fare:
c’è prima bisogno di sapere cosa dire per sapere come fare!

Bisogna unirsi, partecipare, costruirsi la libertà, cercare di diffondere la verità, di capirla, di viverla. Perché sono convinto che in qualsiasi cosa si faccia, se si trova la verità si trova la libertà.
E libertà, come disse un profetico signor G nel 1972, “non è uno spazio libero, ma è partecipazione”.

Buon 17 marzo a tutti.

La grande domanda

Nel geniale romanzo “Guida galattica per gli autostoppisti” l’autore Douglas Adams affida a Pensiero Profondo, «il secondo più grande computer dell’Universo del Tempo e dello Spazio», la risposta alla grande domanda sulla vita, l’Universo e tutto quanto. Dopo sette milioni di anni, con infinita calma e solennità,  Pensiero Profondo fornì la risposta: 42.
Fu necessario costruire un nuovo computer in grado di fornire la domanda della risposta fondamentale sulla vita, l’Universo e tutto quanto.

Serve una domanda. Siamo circondati da risposte di cui non conosciamo le domande, e credo sia questo il motivo principale della deriva di questa società malata. Nessuno si fa più le domande, nessuno le fa a chi dovrebbe fornire le risposte, si limita a mettergli davanti un microfono in modo che il bellimbusto di turno posso dare le risposte che vuole dare, ma che nessuno gli aveva chiesto.

È il caso dunque di porre delle domande:

  • Quando questa nazione aprirà gli occhi?
  • È possibile che questo popolo sia davvero così marcio come qualcuno vuole farci credere?
  • Qualcuno può spiegare a quel 46% di italiani che crede di aver votato l’attuale presidente del Consiglio che garantismo e impunità non sono sinonimi?
  • Può un giornale che difende il suo editore essere credibile?
  • Perché se “Il Giornale” (2,5 mln € di finanziamenti pubblici annui) o “Libero” (5 mln €) pubblicano qualcosa su qualcuno che non stia propriamente simpatico al loro editore quella pubblicazione viene definita “inchiesta”, mentre “Il Fatto Quotidiano” (0 €) viene tacciato di essere fazioso qualsiasi cosa pubblichi?
  • Perché ci sono mamme che sperano che le proprie figlie la diano via ad un politico?
  • Come farà Letizia Moratti, moglie di un petroliere, a convincere i milanesi a lasciare l’auto a casa?
  • Perché il PD parla di un ricambio generazionale e ha tra le sue fila gente che siede in Parlamento da 25 anni?
  • Perché se fai l’onesto passi come l’ultimo dei coglioni?

Domande come queste ce ne sarebbero a bizzeffe, ma il problema è che nessuno le fa ai diretti interessati. Sia chiaro, non voglio fare il moralista, soprattutto in ambito sessuale. Penso che ognuno possa scopare con chi gli pare, eterosessuali, omosessuali o transessuali che siano. Però se una persona tira fuori dalla questura una 17enne fermata per furto, fortemente sospettata di essere stata pagata per prostituirsi, mi viene il dubbio che quella voglia di darle la libertà sia dovuta al timore che la ragazza parli piuttosto che ad un nobilissimo gesto di beneficenza. Dunque che i magistrati indaghino, e che un tribunale della repubblica si esprima in merito, assolvendo e condannando. Ma essere garantisti non vuole dire rimanere impuniti.

Ma la cosa più dolorosa è constatare che combattere l’attuale status quo sia visto da molti solo come un mero tentativo di vendere fumo, di proclamare idee impossibili da realizzarsi, che il mondo così com’è non si possa cambiare.

Sarò un inguaribile ottimista, un romantico, un illuso, non lo so. Eppure sono convinto che si possano cambiare. Dai piccoli gesti, come andare a vedere questo o quel film, o spegnere la tv, o acquistare un prodotto anziché un altro, agire in nome di ciò che è meglio per la collettività piuttosto che solo per se stessi, condividere una risorsa. Tutti fanno i furbi, e per chiunque viene naturale chiedersi perché proprio io dovrei cercare di raggiungere il mio obiettivo in maniera onesta. Rifiutare l’idea che la telefonata a quella persona potente possa aprirti strade che in realtà potrebbero essere già aperte, se ci si impegna in ciò che si fa.
E poi ovviamente bisogna farsi delle domande, sempre, e non dare mai nulla per scontato.

Sarò un illuso, un ottimista troppo sognante, un idealista arrabbiato, trovate qualsiasi definizione per me. Ma credo di aver fatto mio il senso di queste parole di Paolo Borsellino:

«La lotta alla mafia non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.»

C’è bisogno che qualcuno ce le ricordi. Sempre.

Non vi fanno schifo?

Berlusconi ha vinto: 314 nominati non eletti in Parlamento hanno votato contro la sfiducia, altri 311 nominati non eletti hanno votato a favore.
Ma cos’è diventato ormai il Parlamento italiano? Direi che un circo ha maggiore serietà, un’osteria ha maggiore compostezza, un bordello ha maggiore dignità. Sì, perché c’è una sottile differenza tra una puttana e un “onorevole”: la puttana a una certa ora stacca, smette di vendersi. In Parlamento non è affatto raro assistere ad improvvisi cambi di schieramento, dall’uno e dall’altro indifferentemente.

Da circa 15 anni, la storia si è sempre ripetuta ed è da altrettanti anni che l’Italia è sostanzialmente divisa in due categorie. Ci sono quelli che credono alla favola di Berlusconi come l’uomo che si è fatto da sé, il signore incontrastato del libero mercato, l’unico mezzo per opporsi al comunismo in Italia, il salvatore dei valori della famiglia e della Chiesa, il paladino della libertà, l’orgoglio di questa nazione a livello internazionale. Dall’altra parte ci sono le persone, sia di destra che di sinistra, con un minimo di cervello, un leggero senso critico e una discreta capacità di aprire gli occhi, che pensano che Berlusconi sia solo un pagliaccio, un anziano signore che spara cazzate a raffica, praticamente ogni volta che apre la bocca.

Ma oggi ha vinto lui. Due astenuti e due “onorevoli” acquistati in extremis durante i saldi prenatalizi gli permetteranno di governare ancora questo paese ancora per un po’, almeno fino a quando lo showman di turno non sarà in tournée, o la velina non avrà il corso di yoga in un giorno in cui si vota.

Dunque largo ai festeggiamenti: la democrazia dei nominati non eletti ha vinto. Oggi è tutto un dare pacche sulle spalle, carezze sul collo, respirare quell’atmosfera da ritrovo di vecchi amici di una volta, ascoltare urla da mercanti, vedere gente che butta nel cesso 40 anni di battaglie politiche. Ma non vi fanno un po’ schifo?

Personalmente vedo come unica possibilità di salvarsi la faccia quello di ritirarsi, tutti.
La storia, si sa, non fa sconti. E prima o poi verrà il giorno in cui darà un giudizio a questa classe politica.

È ora di tornare al mondo vero, quello dei vivi.

 

Come andare d’accordo con il mondo

Io ho una tecnica. Quando partecipo ad una riunione, entro, mi metto seduto, tiro fuori la pistola e la metto sul tavolo. È una tecnica: mi serve per andare d’accordo con l’umanità. È una cosa che faccio per me. E infatti ho anche delle piccole regole. La prima è che quando entro devo subito estrarre la pistola e appoggiarla sul tavolo, non vorrei tirarla fuori a metà del discorso e qualcuno potrebbe pensare che la tiro fuori solo per la piega che ha preso il discorso. La seconda regola è non guardare mai la pistola, non vorrei che qualcuno pensi “ecco, sta ammiccando alla pistola”, come per dire “siete tutti sotto tiro”. Non voglio che la pistola sia al centro della discussione. Infatti la terza regola è non parlare mai della pistola: sarebbe ridondante. E poi sarebbe come dire che il mio discorso regge solo perché sono armato. Ma questo non vuol dire che non pensi alla pistola, anzi, io penso costantemente alla pistola. Anzi, precisamente, io penso alla leggerezza del grilletto, al cane che si inarca, che raggiunge il punto morto, momento di massima estensione e distanza dal pezzo, al tamburo, che ruota basculando in senso antiorario e mostra le camere per i proiettili, il cane che ritorna sul pezzo, colpisce l’innesco e… Bang! Questo è il mio pensiero. Certo, qualcuno potrebbe pensare che la mia forza sta solamente nel fatto che mostro la pistola. E infatti, a scanso di equivoci, ho cominciato a partecipare alle riunioni senza mostrare la pistola. La tengo in tasca. Le regole sono leggermente variate, perché ovviamente non estraggo la pistola, ma per il resto è rimasto tutto sostanzialmente invariato, perché penso costantemente alla pistola. Dunque giro sempre armato. E quando giri sempre armato si verifica una piccola magia: ovvero tutte le persone che ti circondano diventano sagome, bersagli a cui sparare. Ma questo non significa che io sia violento, io non sparo a nessuno, sia chiaro. Ma ho l’alternativa, la possibilità di farlo. Questo mi fa stare in pace con il resto dell’umanità.

(monologo di Ascanio Celestini “La Tattica”)

Io non mi sento italiano

Mi scusi Presidente, non è per colpa mia, ma questa nostra Patria non so che cosa sia.
Può darsi che mi sbagli, che sia una bella idea ma temo che diventi una brutta poesia.
Mi scusi Presidente, non sento un gran bisogno dell’inno nazionale di cui un po’ mi vergogno.
In quanto ai calciatori, non voglio giudicare: i nostri non lo sanno o hanno più pudore.

Mi scusi Presidente, se arrivo all’impudenza di dire che non sento alcuna appartenenza.
E tranne Garibaldi e altri eroi gloriosi non vedo alcun motivo per essere orgogliosi.
Mi scusi Presidente, ma ho in mente il fanatismo delle camicie nere al tempo del fascismo
da cui un bel giorno nacque questa democrazia che a farle i complimenti ci vuole fantasia.
Questo bel Paese pieno di poesia ha tante pretese, ma nel nostro mondo occidentale è la periferia.

Mi scusi Presidente, ma questo nostro Stato che voi rappresentate mi sembra un po’ sfasciato.
E’ anche troppo chiaro agli occhi della gente che è tutto calcolato e non funziona niente.
Sarà che gli italiani, per lunga tradizione, son troppo appassionati di ogni discussione.
Persino in parlamento c’è un’aria incandescente: si scannano su tutto e poi non cambia niente.

Mi scusi Presidente, dovete convenire che i limiti che abbiamo ce li dobbiamo dire.
Ma a parte il disfattismo, noi siamo quel che siamo e abbiamo anche un passato che non dimentichiamo.
Mi scusi Presidente, ma forse noi italiani per gli altri siamo solo spaghetti e mandolini.
Allora qui m’incazzo, son fiero e me ne vanto. Gli sbatto sulla faccia cos’è il Rinascimento.
Questo bel Paese forse è poco saggio, ha le idee confuse.
Ma se fossi nato in altri luoghi poteva andarmi peggio.

Mi scusi Presidente, ormai ne ho dette tante c’è un’altra osservazione che credo sia importante.
Rispetto agli stranieri noi ci crediamo meno ma forse abbiam capito che il mondo è un teatrino.
Mi scusi Presidente, lo so che non gioite se il grido "Italia, Italia" c’è solo alle partite.
Ma un po’ per non morire o forse un po’ per celia abbiam fatto l’Europa facciamo anche l’Italia.

Io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Il giorno dei figuranti/2: la buccia

Ormai ci siamo, le pubblicità natalizie finto-allegre sono sempre più martellanti, la gente cammina per strada con sacchetti sempre più carichi di inutili pacchetti, il giorno dei figuranti sta arrivando.
É alle porte questo periodo di forzata allegria, questo “amatissimo” 25 Dicembre senza più nessun senso. O forse un senso ce l’ha ancora: sta nel mettere a nudo ciò che siamo veramente, ovvero dei frutti di cui non conta nulla, di cui si prende solo la buccia, quella fatta di regali costosi, sorrisetti falsi con cui si dice “Tanti auguri di cuore” e poi per un anno non ci si saluta (non che sia un male) , abiti nuovi  e squallide palline in plastica appese ad uno squallido albero in plastica.
Spero diluvi.

Il mondo entra dall’uscita ed esce dall’entrata

Lo spirito di appartenenza ad una nazione in me sta svanendo. Non riesco a trovare risposta a nessuna delle mie domande sul futuro, ma questo non credo sia una questione di essere pessimisti o ottimisti, ma una semplice considerazione fatta guardando alla situazione odierna della società in cui vivo. Ho smesso di sentirmi un cittadino semplicemente aprendo gli occhi: ho visto un mondo al contrario, dove gli onesti soffrono e i falsi regnano, dove gli idioti sono pieni di sè e gli intelligenti sono pieni di dubbi,  dove chi ha problemi con la legge legifera, dove chi dice le cose come stanno veramente è scomodo, dove chi ha un’idea non trova i mezzi per realizzarla, dove non contano le tue capacità, ma le tue amicizie, o le amicizie dei tuoi amici, dove la televisione propina merda in continuazione, dove pagare il canone Rai vuol dire pagare il compenso a ospiti di Sanremo, dove Riotta e Fede possono fare i direttori di giornali, dove Veltroni parla di "nuovo della politica" e Berlusconi parla di "moralità della politica". Ma che paese è questo? E solo l’Italia che va a rotoli oppure è tutto il mondo che va incontro alla catastrofe ma con leggerezza? Forse sono troppo pessimista, o forse lo sono troppo poco. A volte piccole cose, le più stupide, sono l’immagine della società: basta prendere un autobus e vedere quante persone sono lì davanti alla porta dell’uscita che aspettano di entrare.