Mother should I build a wall?

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Archive for the ‘Pensieri e deliri’ category

La maggior parte dei gabbiani non si danno la pena di apprendere, del volo, altro che le nozioni elementari: gli basta arrivare dalla costa a dov’è  il cibo e poi tornare a casa. Per la maggior parte dei gabbiani, volare non conta, conta mangiare. A quel gabbiano lì, invece, non importava tanto procurarsi il cibo, quanto volare. Più d’ogni altra cosa al mondo, a Jonathan Livingston piaceva librarsi nel cielo.

Quando lo sapranno – pensava –, quando sapranno delle Nuove Prospettive da me aperte, impazziranno di gioia. D’ora in poi vivere qui sarà più vario ed interessante. Altro che far la spola tutto il giorno, altro che la monotonia del tran-tran quotidiano sulla scia dei battelli da pesca! Noi avremo una nuova ragione di vita. Ci solleveremo dalle tenebre dell’ignoranza, ci accorgeremo d’essere creature di grande intelligenza ed abilità. Saremo liberi. Impareremo a volare!

« Il gabbiano Jonathan Livingston viene messo alla gogna e svergognato al cospetto di tutti i suoi simili! Per la sua temeraria e irresponsabile condotta, per esser egli venuto meno alla tradizionale dignità della grande Famiglia de’ Gabbiani.»
«Non abbiamo più nulla in comune, noi e te», intonarono in coro i gabbiani.

Lui parlava di cose molto semplici. Diceva che è giusto che un gabbiano voli, essendo nato per la libertà, e che è suo dovere lasciar perdere e scavalcare tutto ciò che intralcia, che si oppone alla sua libertà, vuoi superstizioni, vuoi antiche abitudini, vuoi qualsiasi altra forma di schiavitù.
Sorge una voce dalla moltitudine: «Scavalcare anche la Legge dello Stormo?».
«L’unica vera legge è quella che conduce alla libertà» disse Jonathan. «Altra legge non c’è.»

«Innanzi tutto, vi dovete render conto che un gabbiano è fatto a immagine del Grande Gabbiano, è un’infinita idea di libertà, senza limite alcuno, e il vostro corpo, da una punta dell’ala a quell’altra, altro non è che un grumo di pensiero.»

Il gabbiano Fletcher, ad un tratto, per un attimo, sorrise. Quello che vide era molto bello. Nessun limite, eh, Jonathan? pensò, e sorrideva. Era come l’inizio di una gara: aveva cominciato ad imparare.

Quanto odio i festeggiamenti di capodanno….tutti vogliono disperatamente divertirsi, cercando di festeggiare in qualche misera patetica maniera! Festeggiare che cosa?…. Un altro passo verso la tomba?
Naturalmente ci sono eccezioni a quello che sto per dire, ma sono eccezioni, non la regola.
L’amore, malgrado quello che dicono, non è vero che conquisti tutto e non è neanche vero che duri in eterno, alla fine le tue romantiche aspirazioni della giovinezza si riducono a “basta che funzioni”.
E non v’illudete, non dipende per niente dal vostro ingegno umano, più di quanto non vogliate accettare è la fortuna a governarvi…!
Quante erano… le probabilità che uno spermatozoo di vostro padre, tra miliardi trovasse il singolo uovo che vi ha fatto! Non ci pensate sennò vi viene un attacco di panico.
La gente rende la vita peggiore di quello che dovrebbe essere e, credetemi, è già un incubo senza il bisogno del suo aiuto!
Ecco perché non lo dirò mai abbastanza… qualunque amore riusciate a dare e ad avere… qualunque felicità riusciate a rubacchiare o a procurare; qualunque temporanea elargizione di grazia……
basta che funzioni.…!

L’asfalto nero rovente. Il sole sulla faccia. L’acido lattico nelle gambe, un pò anche nella testa. Nelle orecchie una musica che ti dia la carica. È una lotta con te stesso. Le gambe non diventano che un’estensione della mente, ogni passo è il tuo modo per reagire, ogni spinta che le caviglie sopportano è un momento della tua vita da cui vuoi fuggire.
Sei con te stesso, e a te stesso non puoi mentire. Il viso sfigurato dalla fatica racconta il tuo sentirti un disadattato, la tua voglia di lasciarti strada alle spalle.
E quando ormai le gambe non ne vogliono più sapere di ascoltare il tuo cervello, ti rendi conto che sei cambiato mille volte, ma in fondo sei rimasto sempre lo stesso. 
Sudore dopo sudore, fatica dopo fatica, hai capito finalmente che camminare è come sopravvivere, mentre vivere vuol dire correre.

Corri, ragazzo. Corri!

Non è importante quanto vai veloce. L’importante è andare.

Realtà e immaginazione

maggio 12th, 2009

È un eterno conflitto, da cui si esce sempre sconfitti. Non c’è modo di vincere, l’immaginazione è tremendamente più forte, inarrivabile. La realtà a volte riesce ad avvicinarsi, a volte non ci prova nemmeno. Ma spesso è l’immaginazione che prende spunto dalla realtà per migliorarla, per dare quella dolce, piacevole illusione di essere raggiungibile, eguagliabile. È il salone dell’ideale, la fiera del perfetto. Un universo parallelo di cui siamo la porta d’accesso. Una lancinante e dolorosa meraviglia. Un pò come i trenini elettrici, nel plastico con le montagne di polistirolo, le gallerie, le mucche nei prati e i passaggi a livello. Una visione del genere ti consola, ti tranquillizza, ti spacalanca l’anima, ma contemporaneamente ti lascia quella nostalgia dovuta al sentirsi fuori da quel mondo. È il tuo mondo, ma ne sei irrimediabilmente fuori. Non ci potrai mai entrare.
Allora non ti resta che nuotare nelle tue visioni, immergerti in quell’eterno conflitto, farti risucchiare. Perchè sono i pazzi che cercano di rendere reale l’immaginato, mentre la gente comune si limita a immaginare il reale.

I pazzi

aprile 12th, 2009

Eccoli, i pazzi.
Gli asociali.
I disadattati.
Quelli con la mente in un posto diverso dal loro corpo.
Rifiutano l’idea comune.
Non amano lo status quo.
Odiano ciò che gli altri amano.
Si vergognano di ciò di cui gli altri si vantano.

Piangerebbero per ciò di cui gli altri ridono.
Ignorati, ignorano.
Pensano.
Hanno idee diverse, che non abbandonano.
Immaginano un mondo diverso.

Sono talmente pazzi che ci credono, in quel mondo.
E fanno di tutto per cambiarlo.

In clandestinità

febbraio 11th, 2009

Sulla branda, con l’odore della muffa nelle narici, con le pareti che sembrano un cimitero per le zanzare, con la promessa che non potrò mantenere, le ambizioni che ho smarrito, la presunzione che ho avuto tre anni fa nel credere che sarebbe stato più facile, con i sensi di colpa attaccati al cuore, rimastico la disfatta, vivendo in clandestinità.

Ormai ci siamo, le pubblicità natalizie finto-allegre sono sempre più martellanti, la gente cammina per strada con sacchetti sempre più carichi di inutili pacchetti, il giorno dei figuranti sta arrivando.
É alle porte questo periodo di forzata allegria, questo “amatissimo” 25 Dicembre senza più nessun senso. O forse un senso ce l’ha ancora: sta nel mettere a nudo ciò che siamo veramente, ovvero dei frutti di cui non conta nulla, di cui si prende solo la buccia, quella fatta di regali costosi, sorrisetti falsi con cui si dice “Tanti auguri di cuore” e poi per un anno non ci si saluta (non che sia un male) , abiti nuovi  e squallide palline in plastica appese ad uno squallido albero in plastica.
Spero diluvi.

In camera mia il tempo si è fermato. Ma non è solo un’impressione, è un dato di fatto.
Il calendario sopra allo stereo segna “settembre 2006″, è lì che il tempo si è fermato. Qualsiasi cosa, qualsiasi oggetto, rimanda a quel settembre di due anni fa, quando avevo due anni in meno, qualche certezza in più e la barba la tagliavo meno spesso. Tutto è come allora, la mia collezione di dischi è tutta lì, all’epoca non avevo ancora una media-library organizzata in un hard-disk esterno. Gli album dei Pink Floyd hanno un posto a parte, ma questo è scontato, non si muovono da lì. Gli altri album sono in fila nei loro ripiani,  su quello superiore gli originali, sugli altri due il resto. Sulla mensola a fianco allo stereo giace ancora l’ultimo album che ho comprato, Black Holes and Revelations dei Muse, acquistato un paio di mesi prima a Londra. Il muro ha ancora tutti i poster e i ritagli di giornale con cui l’avevo reso speciale, ma non c’è niente che sia successivo a quel Settembre 2006. Aprendo i cassetti non ho nemmeno bisogno di vedere dove sono le cose, lo so già, ricordo ancora benissimo la posizione di ogni cosa in ogni singolo cassetto. Ma quello che più di ogni altra cosa non è cambiato in questi anni è l’atmosfera che si respira in camera mia, anzi, che solo io respiro in camera mia. Qui il tempo si è fermato, ma ora ho bisogno di radermi due volte alla settimana.

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