Mother should I build a wall?

Archive for the ‘Pensieri e deliri’ category

Il conformista

marzo 8th, 2010

Il conformista è uno che di solito sta sempre dalla parte giusta.
Il conformista ha tutte le risposte belle chiare dentro la sua testa.
È un concentrato di opinioni che tiene sotto il braccio due o tre quotidiani
e quando ha voglia di pensare pensa per sentito dire.
Forse da buon opportunista si adegua senza farci caso e vive nel suo paradiso.

Il conformista è un uomo a tutto tondo che si muove senza consistenza.
Il conformista s’allena a scivolare dentro il mare della maggioranza.
È un animale assai comune che vive di parole da conversazione.
Di notte sogna e vengon fuori i sogni di altri sognatori.
Il giorno esplode la sua festa che è stare in pace con il mondo e farsi largo galleggiando.

Il conformista non ha capito bene che rimbalza meglio di un pallone.
Il conformista: aerostato evoluto che è gonfiato dall’informazione.
È il risultato di una specie che vola sempre a bassa quota in superficie
poi sfiora il mondo con un dito e si sente realizzato.

Vive, e questo già gli basta. 
E devo dire che oramai somiglia molto a tutti noi.

Non odi tutto questo?

marzo 3rd, 2010

— Non odi tutto questo?
— Odio cosa?
— I silenzi che mettono a disagio.
    Perché sentiamo l’esigenza di chiacchierare di puttanate per sentirci più a nostro agio?
— Non lo so. È un’ottima domanda.
— È solo allora che sai di aver trovato qualcuno davvero speciale.
    Quando puoi chiudere quella cazzo di bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace.

La notte più triste

febbraio 15th, 2010

Ricercando l’ultimo brandello di lenzuola non ancora smosso dalla mia inquietudine nel girarmi e rigirarmi in continuazione, mi rendo conto che aver spento la luce autoconvincendomi di riuscire a dormire è inutile. Quel maledetto orologio scandisce i secondi in maniera sempre più rumorosa. Ogni secondo è uno schiaffo all’anima. Riaccendo la luce, leggo qualche pagina di Pessoa. Niente, il sonno non arriva, i secondi continuano ad essere scanditi con violenza. Ho ormai tutto, mi sono costruito una gabbia stupenda, un muro stupendo. E non ho più nulla.
Peggio ancora: non ho nessuno a cui poterne parlare, mi terrò tutto dentro. Non verserò mezza lacrima. Ad un tratto il cellulare si illumina. Un tempo sarebbe stato un sms inviato con una telepatia simile a quella dei gemelli. Ora è solo l’avviso di una batteria ormai prossima all’esaurimento.
Rimane poco da fare, ho capito che il sonno ormai non arriverà più. Indosso le cuffie, cerco The Wall e lo ascolto fino a Comfortably Numb. Non riesco ad ascoltare da The Show Must Go On in poi…

È mattina ormai, quell’odioso incedere dei secondi non si è fermato. Probabilmente è stata la notte più triste che abbia mai trascorso. Ma è passata.

Felicità

febbraio 10th, 2010

«Tre film al giorno e tre libri alla settimana basteranno a fare la mia felicità fino alla mia morte»

François Truffaut

Io ho una tecnica. Quando partecipo ad una riunione, entro, mi metto seduto, tiro fuori la pistola e la metto sul tavolo. È una tecnica: mi serve per andare d’accordo con l’umanità. È una cosa che faccio per me. E infatti ho anche delle piccole regole. La prima è che quando entro devo subito estrarre la pistola e appoggiarla sul tavolo, non vorrei tirarla fuori a metà del discorso e qualcuno potrebbe pensare che la tiro fuori solo per la piega che ha preso il discorso. La seconda regola è non guardare mai la pistola, non vorrei che qualcuno pensi “ecco, sta ammiccando alla pistola”, come per dire “siete tutti sotto tiro”. Non voglio che la pistola sia al centro della discussione. Infatti la terza regola è non parlare mai della pistola: sarebbe ridondante. E poi sarebbe come dire che il mio discorso regge solo perché sono armato. Ma questo non vuol dire che non pensi alla pistola, anzi, io penso costantemente alla pistola. Anzi, precisamente, io penso alla leggerezza del grilletto, al cane che si inarca, che raggiunge il punto morto, momento di massima estensione e distanza dal pezzo, al tamburo, che ruota basculando in senso antiorario e mostra le camere per i proiettili, il cane che ritorna sul pezzo, colpisce l’innesco e… Bang! Questo è il mio pensiero. Certo, qualcuno potrebbe pensare che la mia forza sta solamente nel fatto che mostro la pistola. E infatti, a scanso di equivoci, ho cominciato a partecipare alle riunioni senza mostrare la pistola. La tengo in tasca. Le regole sono leggermente variate, perché ovviamente non estraggo la pistola, ma per il resto è rimasto tutto sostanzialmente invariato, perché penso costantemente alla pistola. Dunque giro sempre armato. E quando giri sempre armato si verifica una piccola magia: ovvero tutte le persone che ti circondano diventano sagome, bersagli a cui sparare. Ma questo non significa che io sia violento, io non sparo a nessuno, sia chiaro. Ma ho l’alternativa, la possibilità di farlo. Questo mi fa stare in pace con il resto dell’umanità.

(monologo di Ascanio Celestini “La Tattica”)

È finito il tempo delle figure di merda. Morto. Nessuno più le fa, tranne i penitenti. Guardala, la massa. Si ricopre di letame, ci sguazza come fanno i maiali nel porcile. Eppure eccoli lì, trattati con rispetto ed ammirazione. Hanno ottenuto il titolo di “Persona Molto Importante” da menti offuscate dal loro letame, che ambiscono a entrare nel loro porcile. Sono diventati “opinionisti”, perché la massa ha bisogno della loro di opinione, troppo impegnata per farsene una propria. Quelle che prima erano figure di merda, ora sono solo lampi di splendore mediatico che danno lustro al personaggio. Le figure di merda hanno smesso di esistere con la decadenza dell’estetica e dell’etica.

La maggior parte dei gabbiani non si danno la pena di apprendere, del volo, altro che le nozioni elementari: gli basta arrivare dalla costa a dov’è  il cibo e poi tornare a casa. Per la maggior parte dei gabbiani, volare non conta, conta mangiare. A quel gabbiano lì, invece, non importava tanto procurarsi il cibo, quanto volare. Più d’ogni altra cosa al mondo, a Jonathan Livingston piaceva librarsi nel cielo.

Quando lo sapranno – pensava –, quando sapranno delle Nuove Prospettive da me aperte, impazziranno di gioia. D’ora in poi vivere qui sarà più vario ed interessante. Altro che far la spola tutto il giorno, altro che la monotonia del tran-tran quotidiano sulla scia dei battelli da pesca! Noi avremo una nuova ragione di vita. Ci solleveremo dalle tenebre dell’ignoranza, ci accorgeremo d’essere creature di grande intelligenza ed abilità. Saremo liberi. Impareremo a volare!

« Il gabbiano Jonathan Livingston viene messo alla gogna e svergognato al cospetto di tutti i suoi simili! Per la sua temeraria e irresponsabile condotta, per esser egli venuto meno alla tradizionale dignità della grande Famiglia de’ Gabbiani.»
«Non abbiamo più nulla in comune, noi e te», intonarono in coro i gabbiani.

Lui parlava di cose molto semplici. Diceva che è giusto che un gabbiano voli, essendo nato per la libertà, e che è suo dovere lasciar perdere e scavalcare tutto ciò che intralcia, che si oppone alla sua libertà, vuoi superstizioni, vuoi antiche abitudini, vuoi qualsiasi altra forma di schiavitù.
Sorge una voce dalla moltitudine: «Scavalcare anche la Legge dello Stormo?».
«L’unica vera legge è quella che conduce alla libertà» disse Jonathan. «Altra legge non c’è.»

«Innanzi tutto, vi dovete render conto che un gabbiano è fatto a immagine del Grande Gabbiano, è un’infinita idea di libertà, senza limite alcuno, e il vostro corpo, da una punta dell’ala a quell’altra, altro non è che un grumo di pensiero.»

Il gabbiano Fletcher, ad un tratto, per un attimo, sorrise. Quello che vide era molto bello. Nessun limite, eh, Jonathan? pensò, e sorrideva. Era come l’inizio di una gara: aveva cominciato ad imparare.

1.   Non penso come mi dicono di pensare.  
2.   Non voto.
3.   Non fumo. 
4.   Non scatto fotografie con l’unico scopo di pubblicarle su Facebook.
5.   Non guardo il Grande Fratello.   
6.   Non vado in discoteca. 
7.   Non ascolto Gigi D’Alessio.  
8.   Non indosso abiti da 200€. Più che figo, mi sentirei un coglione.
9.   Non mi comporto bene solo la domenica mattina.
10. Non mi riconosco nella gente. Dunque evito.

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