Mark Twain aveva ragione

Sono trascorsi esattamente 60 giorni da quel 25 febbraio in cui si aprirono le urne. Fu chiaro da subito che lo scenario politico sarebbe stato complicato ma eravamo tutti indubbiamente pieni di speranza: Parlamento più giovane d’Europa, con la più alta presenza femminile, con un numero di laureati decisamente elevato rispetto alla media.

Tutto è cambiato affinché nulla cambiasse. Ma soprattutto è stata completamente calpestata la volontà degli elettori.
Penso a quegli elettori di centrosinistra convinti che questa fosse la volta buona per mandare B. finalmente in pensione (o altrove, ancora meglio), penso ai giovani del PD che c’hanno messo la faccia nonostante la dirigenza del partito fosse indifendibile per tantissime ragioni (MPS, do you remember?). Penso agli elettori che avevano bocciato le politiche di austerità imposte dall’Europa tramite Monti. Penso al M5S che ha avuto il merito di trasformare una rabbia diffusa nel Paese in partecipazione democratica.

I cittadini hanno espresso la volontà di cambiare rotta, la classe politica ha risposto alzando il ponte levatoio e rinchiudendosi nel Castello: stesso Presidente della Repubblica a garantire un salvacondotto ai soliti noti, stessa maggioranza di Governo, coalizioni pre-elettorali distrutte. Basti pensare a SEL che nella coalizione di CSX che ha “vinto” le elezioni ora si trova all’opposizione insieme alla Lega (che era nella coalizione di CDX con il PDL che ora si trova in maggioranza) e al M5S, forza politica più votata d’Italia. Ma soprattutto ci ritroveremo pressoché la stessa agenda di Governo del precedente esecutivo.

Abbiamo votato, indicato una strada diversa, rinnovato profondamente un Parlamento. Ma oggi si può dire che è stato inutile.

Perché aveva ragione Mark Twain:
“Se votare facesse qualche differenza non ce lo lascerebbero fare.”

Macerie

La solita scena, il solito copione visto e rivisto. Un’emergenza continua, un continuo SMS solidale.
La vita delle persone che cambia in una notte, una maledetta notte in cui la terra trema, la Natura si ribella e mostra la sua forza. Le case che si sbriciolano sotto i colpi di sismi che altrove non scalferebbero nemmeno l’intonaco di un pollaio.

Eccolo il vero spread.
Uno spread culturale che porta certi sindaci ad evitare di denunciare il rischio sismico del territorio che amministrano per paura di un freno allo sviluppo economico per via di regole più severe. Regole che quando ci sono si fa fatica a rispettare e quando si infrangono non portano ad adeguate pene. Il ministro di turno che snocciola le cifre necessarie alla ricostruzione e alla messa in sicurezza del territorio, quelle cifre che in futuro verranno investite in un progetto a lungo termine. Il tutto in un futuro che non arriva mai.

Fino alla prossima emergenza, quando il copione si ripeterà di nuovo. Gli eroi col casco giallo scaveranno ed estrarranno un uomo vivo rimasto incastrato sotto i calcinacci, una donna incinta, un’anziana abbandonata. Tante piccole storie di speranza e di dolore, di solidarietà e di rassegnazione. E nel centro storico distrutto il reporter avanzerà in compagnia del suo cameraman fin dove è possibile arrivare, non oltre i nastri che delimitano le zone a rischio crolli. A documentare il silenzio assordante della città fantasma, l’assenza di vita nella zona divenuta rossa.

Le coscienze di tutti si allineano in una grande coscienza comune, ma dello Stato non restano che le macerie.

Complici

In una democrazia sana la maggioranza vince. Ma, cosa ancora più importante, in un Paese sano è la maggioranza sana che merita di vincere.

L’Italia che vedo non è un paese sano, non perché la maggioranza non sia sana, ma perché una maggioranza sana attualmente non esiste, è tutta da costruire. Costruire, o forse distruggere quella esistente. Niente violenza, sia chiaro. La distruzione dev’essere ideologica, basarsi su presupposti morali, di gente informata e che non dimentica. Perché gli italiani, o meglio la maggioranza degli italiani, ha la memoria corta e la coscienza che tende a rimanere pulita nonostante tutto.

Il risultato? Corruzione alle stelle, incapaci nei ruoli dirigenziali più importanti, piduisti al governo, informazione di regime, giustizia severa con i deboli e clemente con i potenti. Un sistema marcio dalle fondamenta, nel quale il cittadino cosciente (in minoranza) ne è la vittima. Bisogna quindi entrare in nuovo ordine di idee in base al quale chi vota questa gente ne è complice, chi si indigna seduto in poltrona e poi va a dormire sereno è co-responsabile di questa situazione.

Ma tutto verrà dimenticato, quando arriveranno nuove elezioni la memoria corta del popolo prevarrà e in parlamento siederà sempre la solita gente.
E vedremo di nuovo Cicchitto (tessera P2 N°2232), Gabriella Carlucci (Gabriella Carlucci, cazzo!), Gasparri (Gasparri!!!), uno che non sa usare Twitter se non per dimostrare la sua ignoranza ed è stato Ministro (Ministro!) delle Telecomunicazioni. Vedremo ancora Rutelli (dal cui conto spariscono 13 milioni di Euro e lui si giustifica dicendo di essere un politico, non un ragioniere), i leghisti (cazzo, i leghisti che urlavano “Roma Ladrona!”) con Renzo Bossi (che non chiamo “Trota” per non offendere le trote), l’UDC di Casini e Cesa, il PD di Bersani e Rosy Bindi (che si vantano di rappresentare “il nuovo della politica”).
Nel caso però ne fossimo stanchi e non volessimo più trovarceli in Parlamento c’è da stare tranquilli, perché la nuova legge elettorale firmata Alfano-Bersani-Casini (tutti e tre insieme al Bifidus della Marcuzzi fanno un baffo) non ce lo permetterà: soglia di sbarramento altissima, niente preferenza diretta e niente obbligo di indicare la coalizione di governo. Alé! Votate chi vi pare, vinceranno sempre loro! Niente Parlamento a gente pulita, niente Movimento 5 stelle per favore: farebbero aumentare il numero di incensurati e sarebbe una vergogna!

Guai a parlare di antipolitica, però! Come ricorda sempre Giletti (Giletti!) dal suo ridico teatrino pomeridiano della domenica, l’antipolitica porta solo alla violenza. Qualcuno però dovrebbe ricordare a chi come lui ha una simile, assurda ed ignobile idea che essere contrari ai partiti dei corrotti, dei collusi, degli incapaci e dei ladri (come altro si può definire uno che ruba soldi pubblici?) non è antipolitica: è una cosa sacrosanta, una cosa buona e giusta, è sintomo di altezza morale.

In realtà è facile scegliere da che parte stare. Ti informi (da fonti indipendenti e libere) e agisci (nel tuo piccolo) per cambiare le cose? Fai parte dell’Italia migliore (il contrario di quello che pensava Brunetta, per capirci), sei parte di quei tanti, ma ancora pochi, che vogliono che le cose cambino davvero e ci credono fortemente. Sei un ignorante (nel senso buono del termine, o forse no?), ti informi  grazie ad una certa stampa e chiedendoti il perché del marciume che vediamo ti rispondi che è sempre stato così e sarà sempre così? Sei un complice. Il fatto che tu lo sia consapevolmente o inconsapevolmente fa poca differenza.

Pericolo rassegnazione

Ora come ora penso che il pericolo più grande sia la rassegnazione.

È ormai chiaro che in questo paese si è creata una spaccatura insanabile, tra noi (popolo) e loro (classe dirigente). Us and Them, cantavano i Pink Floyd, and after all we’re only ordinary men. Credo bisogni ripartire da lì, dal nostro essere persone ordinarie, che hanno coscienza delle cose, che vivono la realtà e che cercano di realizzare il mondo in cui vorrebbero vivere. In sintesi, tornare alla democrazia, e non sarà facile.

Noi andiamo a votare in massa ad un referendum contro il nucleare e contro la privatizzazione dell’acqua?
Loro dicono che “ripresenteranno le leggi pari pari”.
Noi raccogliamo firme per un parlamento senza condannati in via definitiva?
Loro se ne infischiano.
Noi scegliamo di abolire i finanziamenti ai partiti?
Loro intascano 1 miliardo di Euro di “rimborsi elettorali”.
Noi scegliamo sempre più numerosi il web come mezzo di informazione?
Loro presentano decreti legge farciti di commi per limitare la libertà di Internet (DDL 1415B – p.24, comma 29.a).
Noi chiediamo a gran voce che la legge valga davvero per tutti?
Loro depenalizzano i reati di cui sono accusati,  mettono i bastoni tra le ruote alla giustizia.
Noi protestiamo pacificamente contro un’opera inutile e pericolosa come la TAV? Loro ci mandano un esercito di poliziotti antisommossa.
Noi che facciamo parte del mondo dei vivi ci rendiamo conto che la situazione sta precipitando?
Loro che fanno parte del mondo dei morti ci rassicurano, ci dicono che va tutto bene, che siamo degli allarmisti.

Bisogna tenere gli occhi aperti, la guardia alta, tenere allenato il proprio spirito critico, pensare con la propria testa. La spaccatura tra noi e loro non sarà mai colmata, e sinceramente non ci teniamo affatto a farlo, dal momento che non l’abbiamo creata noi. Ma credo che la storia non farà sconti a questa gente. L’importante sarà non rassegnarsi.

Censurateci tutti!

Mercoledì 6 luglio 2011 il web italiano potrebbe morire. Arriverà infatti una delibera che darà all’AGCOM il diritto di oscurare arbitrariamente interi siti web che violano un copyright senza un processo: una norma che non esiste in nessun paese libero del mondo. “Violare un copyright” è un concetto molto ampio: basterà un’immagine, un contenuto multimediale di qualsiasi tipo, ed ecco trovata una scusa per tappare la bocca a coloro che raccontano verità scomode. Allora voglio approfittare di questo spazio per dire le cose che forse non si potranno più dire.

Già, perché d’ora in poi non si potrà più raccontare la storia della classe politica italiana, la più vergognosa della storia delle democrazie. Non si potrà più raccontare dell’egemonia di un uomo “che ha fottuto un intero paese” e che è riuscito a controllare tutto. Come ha fatto?  Ha edificato un impero mediatico con fondi neri All Iberian a Craxi e al PSI, finanziamenti enormi ricevuti da banche infiltrate dalla P2, rapporti con la mafia tramite Dell’Utri, condannato per associazione mafiosa e tutt’oggi senatore, Previti che ha corrotto con soldi Fininvest un giudice per ottenere  sentenza che gli ha consegnato il gruppo Mondadori. E attraverso questo impero mediatico, dopo che con Mani Pulite i suoi referenti politici erano stati spazzati via dalla scena, ha deciso di “scendere in campo” in prima persona, per farsi leggi ad personam, evitare i numerosi processi (come ad esempio il processo Mills e il processo SME), chiudere i programmi televisivi che ne parlano e licenziare i giornalisti veri che fanno il proprio lavoro.
Ma perché questa storia non si potrà più raccontare nemmeno sul web? Perché falsa e diffamatoria? Ovviamente no.
Non si potrà raccontare proprio perché è vera, come emerge dai numerosi processi.

Ed è così che non si potrà più raccontare della vera storia della guerra in Iraq, una guerra inutile giustificata da rapporti falsi che raccontavano la presenza in territorio iracheno di armi di distruzione di massa e dei rapporti tra Al Qaeda e Saddam: tutto falso. Una guerra in cui le uniche armi le possedevano i cosiddetti “esportatori di democrazia" a stelle e strisce. Bisognerà evitare di ricordare episodi come quello della città di Falluja, rasa al suolo nel novembre 2004 usando il fosforo bianco, una sostanza che brucia la pelle di chi ne viene in contatto. Falso? Macché. Tutto documentato dalle immagini di un’inchiesta di RaiNews24. Una guerra in cui 19 italiani hanno perso la vita a Nassiriya nel 2003, ufficialmente “in missione di pace”. E guai a dire che nella provincia di Nassiriya vi è un giacimento petrolifero oggetto di un contratto stipulato tra l’ENI e il regime di Saddam! Guai a pensare che fosse questo il vero motivo per cui gli italiani si trovassero proprio lì.

Le storie che non si potranno più raccontare continueranno ad aumentare, ma mentre le TV si possono controllare, il Web è per definizione territorio di libertà d’espressione e d’informazione. E l’unico modo per evitare la libera circolazione dell’informazioni è oscurarlo.

I fatti danno fastidio, a contare sono le opinioni. Chi racconta i fatti fa paura, perché è libero. E in quanto libero, non è ricattabile.

Come difendersi? Non arrendersi, continuare a raccontare la verità, violare l’unico copyright che vogliono imporre.
Non possono censurarci tutti.

L’Italia ha vinto

Non avevo mai votato con così tanta convinzione. Ho appoggiato la matita sulla scheda, ho tracciato una X e a stento ho trattenuto la mia voglia di urlare “Siiii!”.

Stavolta ci siamo messi in gioco personalmente, siamo scesi in strada, tra la gente. Ognuno di noi ci ha messo la faccia e l’impegno. Abbiamo spiegato a tutti che votare a questo referendum non significava affermare la propria ideologia di destra o di sinistra, ma che per una volta avremmo davvero potuto indicare la strada da percorrere per costruire l’Italia che avremmo voluto vivere, di riprenderci la nostra dignità di cittadini.

Nel nostro piccolo abbiamo fatto tanto, come tanti altri. Come già scrivevo in qualche post precedente, mi dichiaro convinto della necessità di cambiare le cose dal basso, ognuno facendo la propria piccolissima parte. E con questo referendum quelli che la pensano come me ne hanno dato la prova.
L’informazione ha vinto sulla disinformazione, la libertà ha vinto sul servilismo di potere, il Web ha battuto la TV.

29 milioni di persone hanno dimostrato di essere migliori dell’intera classe politica che ci rappresenta.

Una ventata di democrazia che in un colpo solo ha spazzato via i nuclearisti di quarta generazione, gli speculatori bipartisan e i rifugiati in Parlamento.

Ora sarà bello vedere le reazioni, ci saranno i partiti che diranno di aver vinto e quelli che negheranno di aver perso. La verità è che abbiamo vinto NOI.

Festeggiare? Preferisco “partecipare”.

Mi spiace, ma a festeggiare proprio non riesco. Festeggiare cosa? Una nazione non è solo un gruppo di regioni, ma un popolo che si riconosce in valori ed ideali simboleggiati da una bandiera. E questo tipo d’unione nel popolo italiano proprio non lo vedo.

Cosa devo festeggiare? Un Parlamento formato per il 10% da gente che nell’Italia non si riconosce? Una classe dirigente che pensa più alla cosa pubica che a quella pubblica? Un popolo di individualisti in stato comatoso che qualsiasi quantità di merda gli venga lanciata addosso va a dormire con l’anima in pace? Gente che se la ride al telefono dopo il terremoto a L’Aquila e continua a volere il nucleare? Un popolo che sente un briciolo di appartenenza alla patria solo quando gioca la nazionale di calcio? Un Paese dove in tempo di crisi le prime voci da depennare dalla lista della spesa sono la cultura e la ricerca? L’Italia in cui si promettono 1,2 miliardi di € per costruire l’unica vera infrastruttura utile per far correre il paese, la Rete, e poi se ne stanziano meno di 70 milioni? L’Italia de “Il Giornale” e di “Libero”?

Questo è ciò che dovrei festeggiare? Mi dispiace, io proprio non ci riesco.

Il Paese che vorrei è un altro. La regola di base per la nuova Italia che ho in mente è terribilmente banale:
il migliore arriva primo.

Ne sono convinto: le cose si possono cambiare davvero. Dalle piccole cose, dai piccoli gesti. Innanzitutto bisogna smetterla di nascondersi dietro l’illusione di una vita semplice ed onesta, fatta di piccole cose quotidiane, lavandosi la coscienza “tanto non ci tocca” o “tanto è sempre stato così”. Smetterla di sentirsi non felici ma a posto con la proprio onestà, perché si è “troppo piccoli” rispetto all’ordine delle cose. Smetterla di pensare per sentito dire. Basta farsi convincere da quelli che un’Italia migliore non riescono a vederla che queste siano idee utopistiche ed irrealizzabili. Basta col pensare che se si ha molto da dire si ha poco da fare:
c’è prima bisogno di sapere cosa dire per sapere come fare!

Bisogna unirsi, partecipare, costruirsi la libertà, cercare di diffondere la verità, di capirla, di viverla. Perché sono convinto che in qualsiasi cosa si faccia, se si trova la verità si trova la libertà.
E libertà, come disse un profetico signor G nel 1972, “non è uno spazio libero, ma è partecipazione”.

Buon 17 marzo a tutti.