4 minuti e 44 secondi

And I am not frightened of dying. Any time will do. I don’t mind.
Why should I be frightened of dying? There’s no reason for it. You’ve gotta go sometime.

Otto anni fa Richard William Wright lasciava questo mondo.

Trovo doveroso ricordarlo con i 4 minuti e 44 secondi che hanno contribuito a rendere “The Dark Side of the Moon” il più grande album della storia.

4 minuti e 44 secondi per racchiudere tutto il suo genio artistico.
4 minuti e 44 secondi per guardare alla morte senza farsi intimorire.
4 minuti e 44 secondi per un grande spettacolo nel cielo.

4 minuti e 44 secondi per un viaggio fuori dal tempo.
4 minuti e 44 secondi per.

 

I never said I was frightened of dying.

richard-wright

 

The Endless Richard

È uscito oggi “The Endless River”, l’ultimo disco dei Pink Floyd a distanza di vent’anni da “The Division Bell” datato 1994 e da cui prende il titolo (uno degli ultimi versi della splendida High Hopes). Secondo quanto dichiarato da David Gilmour in un’intervista, quest’album mette anche la parola fine sul marchio Pink Floyd.

Copertina e struttura dell’album

Partiamo dalla copertina. Dopo la scomparsa del genio creativo di Storm Thorgerson che aveva curato quasi tutte le cover dei Pink Floyd, non era facile “lasciare il segno”. La copertina, curata dal 18enne designer egiziano Ahmed Emad Eldin raffigura un uomo in piedi su una barca che rema su una distesa di nuvole (nella back-cover vi è la stessa distesa di nuvole con la stessa barca, stavolta vuota), rende perfettamente l’idea di ciò che abbiamo tra le mani (e in cuffia). Sì perchè “The Endless River” è un album interamente strumentale, una distesa senza fine di nuvole sonore, ad eccezione dell’ultimo pezzo “Louder Than Words”. Ma andiamo con ordine: l’album si sviluppa in quattro sides aventi una logica ben precisa e che rendono l’intero disco una grandissima esperienza musicale che non si fa fatica a definire onirica e a tratti lisergica, come del resto sono tutti gli album dei Pink Floyd e in particolar modo quelli dell’era post Roger Waters affidati alle menti creative e sognatrici di Gilmour e Wright. E proprio sul materiale registrato da quest’ultimo a partire dagli anni successivi a The Division Bell che poggia l’intera struttura musicale di The Endless River, impreziosita dalla chitarra precisa e visionaria di David Gilmour e alle percussioni metronometriche di Nick Mason.

The Endless River (Cover)

Side 1

La prima parte dell’album è interamente scritta da Gilmour e Wright e descrive alla perfezione la loro unione artistica. Si apre con Things Left Unsaid, un titolo che mette in chiaro la necessità del ritorno per chiarire (musicalmente) ciò che ancora non è stato detto, che fa da prologo al primo grandissimo pezzo dell’album che è It’s What We Do dove l’orecchio attento del fan potrà apprezzare l’inconfondibile lavoro di Richard Wright alle tastiere e al sintetizzatore che fa tanto Shine On You Crazy Diamond (Pt. 6-9) e la chitarra pulita di David Gilmour che ricorda molto Marooned. Si chiude con Ebb and Flow (titolo ripreso da un verso di On An Island di Gilmour), un breve pezzo in cui il dialogo musicale tra David e Rick ci accompagna alla parte successiva quasi cullandoci.

Side 2

Già dall’inizio di Sum, che riprende gli effetti sonori di Cluster One, viene fuori la natura del rock progressivo tipico dei Pink Floyd caratterizzato dal sintetizzatore VCS3 e dalle corde di Gilmour. Questa è la parte più avanguardistica dell’intero album, si mischiano i Pink Floyd dell’era immediatamente successiva a Syd Barrett con quelli dell’era post Waters. Ne è la prova Skins, dove le percussioni di Nick Mason, che riprendono il ritmo di A Saucerful Of Secrets, si mischiano agli effetti sonori creati dalle tastiere di Wright. Il breve intermezzo Unsung prepara l’atmosfera alla successiva Anisina, un brano di una bellezza struggente, dove gli arraggiamenti del sax e del clarinetto di Gilad Atzmon vengono magistralmente esaltati dalla Fender di Gilmour.

Side 3

La parte più corposa del disco si apre con tre brani di uguale durata. Il primo, The Lost Art Of Conversation, è caratterizzato dal suono nostalgico delle tastiere di Wright, seguito dai suoni molto ambient del sintetizzatore di On Noodle Street e dall’EBow di Gilmour in Night Light. Arriviamo quindi alla graffiante Allons-Y, divisa in due parti, dove la Stratocaster di Gilmour si fa tagliente rievocando quasi il ritmo di Run Like Hell. Le due parti racchiudono Autumn’68 (chiaro il riferimento alla splendida Summer ’68) in cui emerge il suono meraviglioso dell’organo a canne della Royal Albert Hall su cui posa le dita Wright. Questa parte si chiude con Talking Hawkin’, che riprende la voce meccanica dello scienziato Stephen Hawking, già presente in Keep Talking, ed è impreziosita dai cori di Durga McBroom.

Side 4

La quarta ed ultima parte del disco si apre con Calling, un brano che sembra uscito da un film fantascienza (uno a caso, di Kubrick), prosegue con le corde della chitarra di Gilmour in Eyes To Pearl, che ci accompagnano al gran finale con la bellissima Surfacing dove il suono pulito e precissimo della sua Fender si unisce ancora una volta ai cori. Arriviamo quindi all’ultimo pezzo, Louder Than Words, una ballata dove possiamo finalmente ascoltare la voce matura di Gilmour cantare i versi scritti da sua moglie Polly Samson, come già avvenuto in Coming Back To Life. Il brano, e quindi l’album, si chiude con un assolo di chitarra da brividi che ci ricorda il motivo per cui allo zio David è stata intolata una edizione della mitica Stratocaster.

Conclusioni

Giunti alla fine dei quasi 55 minuti di ascolto, si ha la sensazione che The Endless River non sia solo un album, ma un’esperienza musicale di altissimo livello in cui viene esaltato lo stile degli ultimi Pink Floyd. Gilmour conferma di aver raggiunto una maturità artistica tale da poter permettersi qualsiasi cosa e riesce  a rendere omaggio in maniera fantastica al compianto Richard Wright, di cui da adesso si avvertirà ancora di più la mancanza.

Abbattete quel muro

Che Roger Waters avesse una certa vocazioni per le arti figurative lo si sapeva già dai tempi in cui era un giovane iscritto della facoltà di Architettura di Cambridge. Fu lì che nella metà degli anni 60 conobbe Syd Barrett e David Gilmour, i quali segnarono la sua carriera artistica e con cui condivise l’epopea musicale dei Pink Floyd negli anni 70. Epopea che vide con The Wall, nel 1979, il culmine dell’opera di Roger Waters.

The Wall non è solo un album musicale simbolo del rock, ma è qualcosa di molto più ambizioso: un processo pubblico all’idealismo del decennio precedente che segnava l’era in cui la generazione dei nati nel dopoguerra poteva riconoscersi, una ricerca di libertà e di identità che col tempo aveva fallito, lasciandosi dietro rimpianti, rimorsi, e paranoie e tanta violenza. Una metafora straordinariamente efficace per spiegare la trasformazione del musica rock in una macchina subdola, che assegna al musicista il ruolo di tiranno rispetto ai suoi fan. Fu così che Roger Waters capì che c’era bisogno di ergere un muro invalicabile tra sé, la rockstar tiranna,  e il suo pubblico, a simboleggiare l’incomunicabilità umana. Ma The Wall è soprattutto il tentativo di Roger Waters di fare i conti con il proprio passato e i propri tormenti.

Oggi, a più di 30 anni di distanza, Roger Waters è di nuovo in giro per il mondo a portare in scena il suo muro largo 70 metri ed alto più di 10. Lo show è lo stesso del tour con i Pink Floyd, ma il suo significato, oggi, è più ampio e profondo che mai. La rabbia e l’aggressività di quegli anni è ora mutata in riflessione ed indignazione.
Conoscere il passato per capire il presente. Una passato che durante lo show viene continuamente evocato e raffrontato ai giorni odierne: dalle foto dei caduti della seconda guerra mondiale (in cui cadde anche il padre di Waters) a quelle dei caduti in Iraq e in Afghanistan, dalle bombe sganciate dagli aerei in Goodbye Blue Sky che ora si sono trasformate nei simboli delle compagnie petrolifere e dei grandi dell’economia capitalistica occidentale. Fino ad arrivare all’esecuzione di Mother, durante la quale le immagini dello stesso Waters durante un concerto degli anni 80 vengono proiettate in perfetta sincronia, il passato e il presente, e durante il quale una enorme videocamera viene puntata sul pubblico, per ricordare a tutti che una grande mamma ci osserva e ci fa sentire oppressi.

Nelle canzoni di The Wall Roger Waters ha scaricato tutto ciò che lo rendeva un uomo aggressivo e insicuro: il dolore per la perdita del padre, l’odio per le rigide scuole inglesi che sopprimevano qualsiasi forma di creatività, l’ossessiva presenza della madre, la frustrazione per l’infedeltà della moglie sfogata nelle sue tristi scappatelle con le groupie. Temi che vengono descritti in termini teatrali in modo mordace e critico, attraverso la figura della rockstar Pink. Giganteschi pupazzi vengono fatti muovere sul palco, sovrastando il muro a cui man mano vengono aggiunti mattoni, fino a completarlo, lasciando il pubblico da un lato, e la rockstar dall’altra.

È a quel punto che l’uomo debole, dapprima costretto dietro il muro, finisce con l’adeguarsi a quello stato, e il muro da simbolo di oppressione diviene il suo unico rifugio. Egli  può solamente accettare ciò che gli viene imposto, battere le mani al potente di turno e divertirsi, correre come un pazzo dietro di lui, seguire i vermi e omologarsi.

Ma arriverà il momento in cui tutti i nodi verranno al pettine. Si arriva così a The Trial, il punto più alto della teatralità dell’intera opera. Pink viene processato. Vengono chiamati a testimoniare tutti le figure complici di quel paranoico percorso esistenziale. La colpa è paradossale: Pink ha provato dei sentimenti, e pertanto la condanna sarà esemplare. Il muro viene abbattuto e Pink sarà messo a nudo di fronte a i suoi simili, di fronte cioè a quella società da cui tenta di proteggersi da sempre.

The Wall è tutto questo: un’opera di più di trent’anni, ma ancora straordinariamente attuale. E alla fine, nonostante tutto il cinismo e il nichilismo in cui siamo piombati, un pò di speranza rimane. La speranza di una parte della società, i cuori teneri e gli artisti, che nonostante tutto l’odio, l’ostilità e l’indifferenza che ricevono, continuano a sognare una società migliore cercando di esserne il cuore pulsante.

Lupo o pecora: welcome to the world

Su questa terra è il più furbo che domina, credete pure alla storia dell’anima. Non c’è mai guerra se non c’è pecunia.
E l’uomo forte si nutre del debole che poi sul debole a sua volta si vendica. E in paradiso c’è aria di svendita.
Mettiti comodo: inizia il varietà.

E dare il culo è una formalità, può fare male solo a chi non lo fa.

Abbiamo ucciso i nostri profeti e dipendiamo dai deliri allucinati di chi promette soldi facili.
Non è importante da che parte stai, tanto non lo sai: sei solo un pezzo della macchina.

E così tuo malgrado sei lupo o sei pecora!

Welcome to the world.

Solo mia (non sei)

Guardo il cielo che risplende e mi chiedo dove sei,
cerco te, ma dove sei?

Dove sei?

E anche il cielo che risplende non mi dice dove sei,
cerco te, ma tu chi sei?

Tu chi sei?

Pioggia, vento e triste gioia, anche in cielo vedo
cerco te, ma tu chi sei?

Di chi sei?

Di chiunque tu ora sia, solo mia non sei.

 

25 minuti

Aprire la vetrata. Compiacersi per l’ordine cronologico in cui sono disposti. Estrarre il decimo. Ammirarne per un paio di minuti la cover. Quella stretta di mano, quell’uomo in fiamme. Estrarre il disco dalla custodia e inserirlo nel lettore. Impostare il proprio impianto in modo che riproduca le tracce #1 e #5 consecutivamente, senza interruzione. Assicurarsi che nessuno rompa le palle per 25 minuti. Trovare una posizione comoda su un letto o su una poltrona. Spegnere la luce. Lasciarsi alle spalle ogni rimpianto, ogni problema, ogni insicurezza.

Alzare il volume.

 

► Play.

Il conformista

Il conformista è uno che di solito sta sempre dalla parte giusta.
Il conformista ha tutte le risposte belle chiare dentro la sua testa.
È un concentrato di opinioni che tiene sotto il braccio due o tre quotidiani
e quando ha voglia di pensare pensa per sentito dire.
Forse da buon opportunista si adegua senza farci caso e vive nel suo paradiso.

Il conformista è un uomo a tutto tondo che si muove senza consistenza.
Il conformista s’allena a scivolare dentro il mare della maggioranza.
È un animale assai comune che vive di parole da conversazione.
Di notte sogna e vengon fuori i sogni di altri sognatori.
Il giorno esplode la sua festa che è stare in pace con il mondo e farsi largo galleggiando.

Il conformista non ha capito bene che rimbalza meglio di un pallone.
Il conformista: aerostato evoluto che è gonfiato dall’informazione.
È il risultato di una specie che vola sempre a bassa quota in superficie
poi sfiora il mondo con un dito e si sente realizzato.

Vive, e questo già gli basta. 
E devo dire che oramai somiglia molto a tutti noi.