Pensare di sé

I pensieri che si fanno prima di prender sonno, si sa, sono quelli migliori, quelli più veri.

Penso molto la notte, quando il sonno non arriva e mi muovo alla ricerca di un lembo di lenzuola non ancora scosso dalla mia insonnia. E ultimamente mi passa davanti agli occhi la mia vita, o almeno, la mia vita da quando ne ho ricordi coscienti. O, meglio ancora, le convinzioni e i modi d’essere che non riesco ad abbandonare da quando vivo. E vedo che tutto ciò che ho fatto, pensato, detto o creduto non è stato altro che una lunga e ingannevole follia. Mi sorprendo per quello che ho davanti agli occhi e non riesco a vedere, e di ciò che invece è nascosto e riesco a cogliere perfettamente.
Non so recitare, non sono l’attore di me stesso, eppure mi sembra di interpretare un personaggio su una scena. E rendersi conto del fatto che tutti i propri gesti e le proprie idee non sono altro che una cronica ebbrezza è uno stupore tanto metafisico quanto nostalgico.

Scrive Pessoa:
“Non sapere di sé vuol dire vivere. Sapere poco di sé vuol dire pensare.
Sapere di sé vuol dire avere la nozione della parola magica dell’anima.”